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Perchè
non possiamo non dirci pagani |

Di Alfonso Piscitelli tratto da
Eurasiaprogetto
Noi europei non abbiamo alcun bisogno di
tornare al paganesimo: non lo abbiamo mai abbandonato nel
profondo dell’anima. La struttura psichica dei “gentili” è
naturalmente pagana, sarebbe una grave perversione se
cessasse di essere tale. Il cristianesimo diffondendosi
nelle quattro aree dell’Europa antica (la greca, la romana,
la celtica, la germanica) ha annacquato la sua originaria
radice monoteistica. Il cattolicesimo mediterraneo era nella
realtà un politeismo lunare incentrato sul culto di tre
grandi Dei distinti: Dio Padre (Deus Pater= Zeus), Dio
Figlio (generalmente descritto con tratti dionisiaci) e una
grande Dea Madre (la Madonna = la Signora). Il cristianesimo
europeo ha trasgredito il divieto ebraico di venerare le
immagini (un divieto ancora oggi rigorosamente osservato
dagli islamici). Da questa trasgressione nasce la grande
arte cristiana. A partire dal romanticismo, i poeti
germanici hanno cancellato la maledizione biblica che
gravava sulla Natura. La psicologia contemporanea ha
riscoperto gli Dei sotto forma di archetipi psicologici.
L’attitudine moderna allo sport, il diffondersi di palestre
hanno recuperato sia pur in forma materializzata
l’aspirazione classica al corpo sano.Sbagliano pertanto
coloro che vogliono incatenare l’anima dell’Europa ad un
destino abramitico. La nostra anima nel profondo non ha mai
smesso di dirsi pagana; basta solo ascoltarla con attenzione
per capirlo. Il “nuovo paganesimo” non è affatto un concetto
stravagante o qualcosa di intellettuale costruito a
tavolino; è semplicemente un atto di auto-consapevolezza:
una presa di coscienza della nostra natura e di ciò che è
estraneo (e dannoso) ad essa.
E’ vero che il
cristianesimo è stato grecizzato nella sua teologia,
romanizzato nella sua struttura gerarchica, celtizzato nelle
sue sfumature esoteriche (il Graal), germanizzato nelle sue
attitudini crociate e cavalleresche; ma è anche vero che
sotto tutti questi vestimenti europei il cristianesimo
rimane una forma messianica di giudaismo. Tutti i cristiani
venerano come divinità il rabbì Jeshua, della tribù di
Giuda. Il rabbì Jeshua si proclamò messia, esattamente come
avrebbe fatto Sabbatai Zevi 1600 anni dopo. Ogni secolo dal
popolo ebraico sorgono messia, regolarmente avversati dal
clero regolare: la tensione tra sacerdoti e messia, tra
sacerdoti e profeti
(”Ahi Israele che perseguiti i tuoi profeti!”) è una
costante della storia israelitica. Il rabbi Jeshua si scelse
dei collaboratori: tutti ebrei. Shimon conosciuto sotto il
nome di Pietro, Saul conosciuto sotto il nome di Paolo. E’
grazie a questi infaticabili collaboratori che cinquanta
generazioni di giovani europei hanno imparato a riconoscere
in Israele il “popolo eletto”, a sentirsi figli di Abramo,
di Isacco e di Giacobbe; a venerare il “leone di Giuda” (il
rabbino Jeshua). Non v’è cosa più illogica di un “antisemita
cattolico”
Perché il cattolicesimo, più in generale il
cristianesimo, è il giudaismo messianico divulgato ai
popoli. Cosa leggono i cristiani come libro sacro? La
Bibbia, ovvero la Torah più altri scritti giudaici. Nella
Bibbia la collettività dei cristiani è orgogliosamente
definita come “l’Israele di Dio”. La Bibbia si conclude con
una esecrazione di Roma “la Grande Meretrice” e con la
profezia dell’avvento del paradiso: la “Gerusalemme
celeste”! Quanti patologici antisemiti vedono la mano
ebraica su ogni male del mondo e poi con assoluta
indifferenza professano il cristianesimo, ovvero la versione
messianica del giudaismo
Al cospetto di Hitler un papa molto caro ai
tradizionalisti (Pio XII) ebbe l’orgoglio di dire: “Noi
siamo spiritualmente semiti”. C’è molto coraggio in questo
orgoglio espresso a quei tempi. Si può ammirare quel
coraggio; e tuttavia anche noi Europei dobbiamo avere
coraggio ed esprimere l’orgoglio della nostra “gentilezza”.
Guardate sulla testa dei vescovi ai quali i cristiani
baciano le mani: cosa portano? Che cos’è quel curioso
dischetto? Ovvio, è la kippah ebraica: con ciò i successori
degli apostoli si qualificano come rabbini.
E del resto tutti i fedeli ogni Domenica
ripetono in coro Alleluia(hve), esclamazione ebraica che
suona: sia glorificato Jahve. Arriviamo così al nodo di
quella fissazione patologica che è l’antisemitismo (ovvero
la credenza maniacale che dietro ogni male del mondo vi
siano gli ebrei): l’antisemitismo è espressione della
lacerazione dell’anima europea, che da una parte accetta il
cristianesimo e lo stravolge secondo le proprie tendenze,
dall’altra parte avverte che in fondo al cristianesimo vi è
qualcosa di irriducibile e di inassimilabile: la radice
semita.
Vi sono cose che non si possono imporre. Tu
non puoi imporre al rabbino capo di venerare la Dea
Afrodite, non puoi cambiare nome a Gerusalemme (come fecero
i Flavi che la trasformarono in Helia Capitolina!). Allo
stesso modo non si può pretendere che un Europeo d.o.c. si
semitizzi. Per porre fine alla triste lacerazione dell’anima
europea e per combattere la patologia dell’antisemitismo noi
proponiamo uno schietto “non semitismo”: vale a dire il
riconoscimento del fatto che allo spirito europeo non si
addice una religione di origine giudaico-messianica
esattamente come non si addice al rabbino capo di
Gerusalemme ricercare le radici della propria fede in Omero,
nel concetto romano del Pantheon, nel Libro Egizio dei
Morti.
La verità è che il cristianesimo dei nostri
tempi da un lato sta riscoprendo la sua autentica radice
ebraica e si sta liberando di ogni sovrastruttura
greco-romana, dall’altro sta spostando il suo baricentro
fuori dall’Europa. In Europa non si fanno più preti. E senza
preti chiaramente una religione non può sopravvivere. Non a
caso le Chiese stanno patrocinando il progetto di spostare
in Europa milioni e milioni di africani, amerindi, asiatici.
Per avere un prete in più in seminario, ma anche per
modificare lo psichismo della civiltà europea con l’afflusso
di popoli più docili alle carezze dei monsignori.
Contemporaneamente altri popoli dalla
brulicante demografia si spostano verso Nord e per esplicita
ammissione dei loro imam si propongono di sottomettere
l’Europa ad Allah grazie al ventre delle loro donne. Di
fronte a questo movimento di popoli è naturale, per un ovvio
principio di azione e reazione, che si ingeneri un movimento
di ripaganizzazione dei popoli europei. Ciò che era
inconscio deve ritornare ad essere cosciente. La grande
cultura europea ci aiuta in questa riscoperta: non fu solo
il Rinascimento a riscoprire gli antichi, anche i Monaci
della Schola Palatina di Carlo Magno non appena riscoprirono
i testi classici se ne innamorarono; compiendo così due
peccati in uno: 1) si innamorarono, 2)… di qualcosa di non
cristiano. Il senso di fedeltà al mos maiorum ancor più
della mera cultura erudita ci induce a spolverare il nostro
atavico paganesimo. Si sa, il rabbino Joshua era una persona
amabile ma sicuramente peccava di equilibrio. Ai suoi fedeli
disse: “fatevi eunuchi (=castrati!) per entrare nel regno
dei cieli”! Disse: “se il tuo occhio ti dà scandalo,
taglialo via. E’ meglio essere orbi che bruciare nel fuoco
dell’inferno”… Queste massime così illuminate difficilmente
potrebbero avere una effettiva applicazione oggi. Fuori che
da una ristretta cerchia di fanatici neppure nei secoli
precedenti sono state effettivamente adottate. Nelle buone
famiglie europee per duemila anni si sono educati i bambini
con una saggia miscela di stoicismo e di epicureismo. Lo
stoicismo: la convinzione che bisogna affrontare con
virilità, con dignità i momenti difficili che ogni vita
inevitabilmente comporta. L’epicureismo: la convinzione che
anche la vita più seria debba essere condita e addolcita da
una giusta dose di piacere. I riti pagani si sono interrotti
in Europa, ma lo spirito pagano sotto molti aspetti è
continuato. Ininterrottamente.
Anima naturaliter pagana
:::: Trovare un cielo sulla terra ::::
L’uomo moderno cerca di fondare la propria ricchezza su
quanto il mondo gli dispensa fra alti e bassi.
Superficialità, senza dubbio, e pertanto criticabile, ma
quanto preferibile alla falsa profondità dell’apparente
comprensione globale fornita da una credenza zoppicante.
Giacché essere Pagano oggi è, a mio avviso, voler superare
sia il dualismo delle religioni monoteiste rivelate - che
chiamerò per comodità religioni abramiche (Giudaismo,
Cristianesimo Islam) - sia il nichilismo, tipico di una
modernità singolarmente distruttiva. Non intendo in nessun
modo rappresentare la totalità della corrente neo-pagana
contemporanea. Del resto, sono profondamente convinto che
esistano tanti approcci al paganesimo quanti sono i Pagani.
E questo non è forse nella natura delle cose, dal momento
che il tratto caratteristico dei differenti Paganesimi,
vecchi o nuovi, europei o no, consiste precisamente in
quest’esaltazione dell’infinita pluralità del reale?
Ma vediamo che cos’è in realtà quello che viene chiamato
Paganesimo.
Il termine si può prestare a confusioni e malintesi, tanto
più che esso è stato forgiato dai suoi avversari. Sono
infatti i Cristiani che, nel corso del III e del IV secolo,
hanno fatto della parola latina paganus (contadino) una
sorta d’insulto.
I Pagani erano allora presentati come degli
zoticoni, degli antiquati che rifiutavano - sfrontati! - di
convertirsi alla vera fede, quella del Cristo. Ancora ai
nostri giorni, il termine “Pagano” è talvolta inteso come
sinonimo di “barbaro”, di “rozzo”, e addirittura, presso
certuni, di “ateo”. Ora, esso non è niente di tutto questo.
Il Paganesimo che io difendo è agli antipodi della
discutibile esaltazione di chissà quale barbarie o quale
culto della forza bruta. Lo scrittore ortodosso russo
Vladimir Volkoff parla, in uno dei suoi romanzi, di
“nietzcheismo da boy-scout vizioso”, espressione che mi
sembra assai calzante. Se i Pagani hanno sempre reso omaggi
alle forze presenti nell’universo, non si tratta per noi
Politeisti, né di un culto della violenza e tantomeno
d’idolatria.
Quanto alla presunta rozzezza dei Pagani, mi limiterò a
ricordare che da millenni questi ultimi hanno sviluppato
metafisiche estremamente raffinate (si pensi ai Presocratici
greci alle Upanishad dell’India, alle scuole platoniche,
pitagoriche o ermetiche…) e mitologie sontuose di cui
l’antropologia strutturale e il comparatismo di un Dumézil
hanno mostrato l’infinita ricchezza. Infine, l’ateismo - non
dimentichiamolo - è pressoché sconosciuto nelle società
tradizionali. Non parlo qui dell’ateismo di massa, che
prolifera nelle nostre società postcristiane. Per questo
rimando al libro di Marcel Gauchet sul Cristianesimo come
agente del disincanto del mondo.
Se dovessi definire rapidamente il Paganesimo in quanto
coerente visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla
stirpe - considerata nel quadro di una memoria millenari
(quella che ci “re-ligat” [ religio, religione, è appunto
l'atto del religare, collegare ], che ci unisce ai nostri
antenati lontani) - radicamento in un territorio (termine da
prendere lato sensu) e apertura all’infinito. Potrei
ugualmente parlare di partecipazione attiva al mondo,
d’equilibrio ricercato fra microcosmo e macro cosmo.
È religione naturale, la religione della
natura e dei suoi cicli, la più antica del mondo perché
“nata” - ammesso e non concesso che il mondo sia mai nato -
con lui. Lungi dall’essere una fissazione di qualche tipo un
po’ bislacco o una nostalgia da letterati fermi a qualche
mitica Età dell’Oro, oso affermare che il Paganesimo sta per
diventare di nuovo la prima religione del mondo. Infatti, se
si considerano gli Induisti, gli Scintoisti, i Taoisti, gli
animisti e gli adepti - sempre più numerosi - dei culti
precristiani d’Europa o delle Americhe (si pensi alla
spettacolare rifioritura dello sciamanesimo nell’ex-URSS),
dei culti preislamici (Zoroastriani delle regioni turcofone)
e persino pregiudaici (penso in particolare ad un gruppo di
Ebrei americani che desidera ritornare ai culti politeisti
degli Ebrei), si rischia davvero di arrivare a un totale
approssimativo di millecinquecento milioni di persone. Il
che ne fa, o ne farà presto, il primo gruppo religioso del
pianeta. Due potenze nucleari, l’India e la Cina, sono
politeiste - una sotto orpelli modernisti, l’altra sotto
orpelli marxisti. In piena Pechino si costruiscono templi
taoisti, e l’Induismo è divenuto offensivo, dal momento che
missioni indù s’installano ai quattro angoli del mondo.
Per concludere questa breve illustrazione della reale
importanza e del carattere non aneddotico del Paganesimo
moderno, ricordiamo che il Paganesimo è religione ufficiale
dell’Islanda dal 1973, che esso è in parte riconosciuto in
Gran Bretagna (ospedali, prigioni eccetera) e negli Stati
baltici. In Russia, correnti pagane si sviluppano a velocità
vertiginosa, nel bene e nel male, visto e considerato il
disastro sociale di questo Paese. Interessarsi al Paganesimo
mi sembra dunque pertinente.
Quello che più spesso si rimprovera ai Pagani, antichi e
moderni, è il passatismo. E lo stesso rimprovero che veniva
mosso dai marxisti a quei poveri pazzi che non consideravano
Marx e Lenin come gli orizzonti insuperabili del pensiero.
Questo rimprovero - di non essere “nel senso della storia -
è del tutto insensato, dal momento che il Paganesimo non ha
una visione lineare del tempo, un tempo visto come avanzata
costante verso il Progresso (la Parusìa) a partire da un
momento ben definito (la nascita del Cristo etc.). Questa
concezione segmentata e lineare del tempo c’è estranea.
Noi Pagani concepiamo il tempo come ciclico, proprio come i
cicli cosmici (quello solare, per esempio, con equinozi e
solstizi). In realtà il Paganesimo è una religione
dell’anno, e dunque della verità. Il tempo dei Pagani è
quello dell’Eterno Ritorno, simile alla grande Ruota che
gira e gira senza posa.
Noi non crediamo né alla creazione né alla fine del mondo.
Per noi, non ci sarà apocalisse, bensì innumerevoli fini di
cicli, eternamente ricominciati. Una successione senza
inizio né fine di nascite, crescite e declini, di crepuscoli
seguiti da rinnovamenti, di cataclismi seguiti da rinascite,
in seno a un Ordine (in greco: kosmos) intemporale, in cui
uomini e Dei, mortali e Immortali, hanno il loro posto e la
loro funzione.
Il mito del Progresso non ci appartiene. Noi non crediamo al
senso della storia (concetto totalitario, a mio avviso),
alla “fine” del Paganesimo, alla “morte” degli Dèi. Di
conseguenza, il rimprovero di adorare divinità morte ci
lascia indifferenti.
I nostri Dei, le nostre Dee non sono morti, per la semplice
ragione che non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Cernunno ed
Epona, Mithra e Perkunas sono eternamente presenti al nostro
fianco. Citiamo Eraclito (framm. 30): “Il mondo di fronte a
noi - il medesimo per tutti - non lo fece nessuno degli Dèi
né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà, fuoco vivente,
che divampa secondo misure e si estingue secondo misure”.
Questo breve frammento vecchio di venticinque secoli traduce
le linee di fondo del pensiero pagano: eternità del mondo,
ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli Immortali…
Se il tempo è lineare, come vorrebbero le teologie
giudeo-cristiana e razionalista, il Paganesimo è
impensabile, perché “morto”, e scandaloso, perché si muove
in direzione contraria al sacrosanto senso della storia.
Ma se, come tutti noi avvertiamo, il tempo è ciclico, la
prospettiva muta radicalmente. Il Paganesimo non è mai
potuto morire: perché, a immagine e somiglianza delle
innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli
pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche
(liturgie, templi…) hanno ceduto il passo ad altre che pure
vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli
archetipi, che sono essi stessi eterni. Un bell’esempio è
quello del Cattolicesimo medioevale, rimasto molto pagano: è
quello che personalmente chiamerei il Pagano-Cristianesimo
(fuochi di san Giovanni, e tutta la mitologia cristiana).
Per meglio comprendere questa visione pagana del mondo, è
indispensabile superare i blocchi mentali - i famosi
“ostacoli epistemologici” di Bachelard - indotti dal modo di
pensare giudeo-cristiano. Marcel Détienne (uno dei maggiori
ellenisti contemporanei), puntualizza nella sua illuminante
prefazione al bel libro del professor W.F. Otto dedicato
agli Dei della Grecia: “Dietro il falso sapere
dell’intellettuale e dell’universitario, spunta il grande
avversario (…): il cristianesimo, che fa da schermo fra gli
Dei greci e noi, e che ci ha imposto in maniera insidiosa un
certo modo di pensare la religione. Dapprima inoculandoci il
virus dell’interiorità: in base al quale la religione è
inseparabile da una relazione personale col Dio, che l’unico
contatto possibile con la divinità deve avvenire attraverso
un soggetto individuale - un Io che apprenderebbe il sacro
grazie a una sorta di protesi dell’anima, l’anima inquieta e
pavida delle civiltà malate. Altro male, non meno virulento:
che il sentimento religioso nascerebbe da un bisogno di
salvezza che va di pari passo con la trascendenza: che la
finalità degli Dèi consiste nel liberare gli uomini da
questo mondo, nel farli salire accanto a sé, nello
strapparli a una natura dalla quale sono essi stessi
totalmente disgiunti. Con la sua angoscia di salvezza, Le
sue gioie segrete di anima peccatrice, il cristianesimo è
soprattutto un ostacolo epistemologico: una malattia, uno
stato di languore al quale bisogna strapparsi e dal quale
bisogna guarire se si vuole riscoprire la figura autentica
degli Dei della Grecia”.
La citazione è lunga, ma notevole come perfetto esempio di
teologia negativa del Paganesimo. Marcel Detienne ha colto
benissimo le differenze fondamentali tra Paganesimo e
rivelazioni abramiche. Qualcuno potrebbe obiettare che,
nell’Antichità, esisterono delle correnti, minoritarie ma
privilegiate dalla ricerca moderna, come l’Orfismo o i
Misteri, che conoscono questa ricerca di salvezza personale.
Semplicemente, noi non ci abbeveriamo a questa fonte, alla
quale preferiamo la religione civile arcaica.
Un altro ellenista, Jean-Pierre Vernant,
professore al Collegio di Francia, si è già posto la
questione di sapere in quale modo noi potremmo vedere la
Luna, Selene, con gli occhi di un Greco, cioè di un Pagano:
“Ho potuto provarci in gioventù, durante il mio primo
viaggio in Grecia. Navigavo di notte, d’isola in isola;
sdraiato sul ponte guardavo, sopra di me, il cielo in cui
brillava la luna, luminoso volto notturno, che diffondeva il
suo riverbero chiaro, immobile o danzante, sulla cupa
distesa del mare. Ero ammirato, affascinato da quel chiarore
dolce e strano che bagnava le onde addormentate; ero
commosso come davanti ad una presenza femminile, vicinissima
e remota ad un tempo, familiare e tuttavia inaccessibile, il
cui splendore fosse venuto a visitare l’oscurità della
notte. Ecco Selene, mi dicevo, notturna, misteriosa e
brillante - è Selene che io vedo”.
Il professor Vernant ha ragione, in questa poetica
rievocazione della sua gioventù, a parlare di “visione”. Il
Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo,
quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo,
insieme alle Dee e agli Dèi, una parte integrante. Per
meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo
pagano, dobbiamo liberarci dal modello del “credente” delle
religioni abramiche. Questo termine è realmente privo di
senso per un Pagano: egli non crede, aderisce. Allo stesso
modo, egli non si converte ad un’altra religione, che
sarebbe l’unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le
altre perché false, barbare o rozze). Semplicemente, il
Pagano ridiviene quello che è sempre stato, perché l’anima è
naturalmente pagana. Anima naturaliter pagana.
Liberarsi, dicevo, dal modello del credente. Uno che crede
di potersi assicurare la salvezza individuale ed eterna
quaggiù e nell’aldilà, in seno ad una Chiesa che, di fronte
agli “infedeli” e ad altri eretici, deterrebbe essa sola il
monopolio del Vero e del Bene, e che sarebbe l’unica
abilitata a conferire al credente i sacramenti che fanno di
lui un “fedele” in opposizione agli infedeli”, gli altri.
La nostra visione non è dualista, e noi respingiamo come
prive di senso le opposizioni artificiali fra Dio creatore e
creature, cielo e terra, anima e corpo, credenti e non
credenti, ortodossi ed eretici etc. Il Paganesimo è
olistico, non dualista, e il nostro cammino è soprattutto
ricerca di legami più che di rotture. Ancora una volta, noi
non neghiamo l’esistenza, nel Paganesimo antico, di correnti
dualiste, alle quali però non facciamo riferimento.
Gli Dei e le Dee del Paganesimo non sono né unici né
onniscienti. Essi non hanno creato questo mondo, ma sono
nati in esso e attraverso esso. A mano a mano che
l’universo, ciclo dopo ciclo, si organizzava a partire da
entità primordiali (Urano e Gaia, per esempio), essi sono
scaturiti per generazioni successive. I nostri Dei non sono
persone, con le quali stabilire relazioni personali, ma
Potenze. Essi incarnano la pienezza dei valori positivi:
bellezza, splendore, forza, giovinezza…
Nel Paganesimo, esiste una comunità d’uomini e Dei, di
mortali e Immortali. Nel Simposio Platone parla appunto di
“comunanza reciproca d’uomini e Dei”. Nel Gorgia, egli
precisa: “i dotti affermano che il cielo e la terra, gli Dei
e gli uomini sono legati insieme dall’amicizia, il rispetto
dell’ordine, la moderazione e la giustizia, e per questa
ragione essi chiamano mondo l’insieme delle cose e non
disordine e sregolatezza”. Molti secoli più tardi, Heidegger
dirà: “La terra e il cielo, gli esseri divini e quelli
mortali formano un tutto unico”.
Gli Dèi non sono dunque creatori del mondo ex nihilo: come
creare qualcosa a partire dal nulla? Essi sono emanazioni
del mondo, nel quale si manifestano. Questo concetto di
manifestazione è fondamentale nella nostra religione
naturale, e si oppone a quello di rivelazione, che per
definizione è soprannaturale. Allo stesso modo, noi
ignoriamo dogmi e profeti, papi e curati, ortodossi ed
eretici, sette e guru.
Il Pagano è nel mondo, che si sforza, in tutta umiltà, di
decifrare per meglio cogliere le innumerevoli manifestazioni
del divino. E’ Schiller, mi pare ne “Gli Dei della Grecia”,
che diceva: “agli sguardi iniziati, ogni cosa indica la
traccia di un. Dio” - ancora questa idea dello sguardo!
Il Paganesimo non lascia mai che l’uomo si ripieghi su se
stesso, sotto il peso del peccato originale. Al contrario,
essere pagano consiste precisamente nell’aprirsi
all’esperienza del mondo. Vorrei soffermarmi per un momento
sull’importanza dello sguardo, che i Greci chiamavano
theorìa, osservazione delle manifestazioni del divino. Essa
ci riporta all’antica concezione dell’èn tò pàn, che si
ritrova sia presso i Presocratici che nelle Upanishad: la
dottrina non dualista dell’unità. In questa visione, il
mondo non è visto come intimamente malvagio (”Il quaggiù”,
termine quasi peggiorativo in francese), incline al peccato,
valle di lacrime da attraversare in tutta fretta prima di
potere accedere ad un qualche ipotetico “retromondo”. Non
bisogna fuggire il mondo, ma affrontarlo, senza Illusioni né
speranze di salvezza.
C’è dunque una reale accettazione del mondo,
con tutte le sue infinite imperfezioni, ma considerato pur
sempre come manifestazione del genio divino. La sua
contemplazione attiva non può che rafforzare il nostro
sentimento d’identità col grande Tutto. Queste concezioni
intimamente pagane sono sopravvissute in seno alla
cristianità europea. Le si ritrova, soffocate, in Scoto
Eriugena, Meister Eckhart, Nicola Cusano… Il dogma cristiano
del Dio creatore esterno al mondo, sua creazione, è sempre
stato contestato. E la famosa tentazione panteista, tanto
vilipesa dai teologi ufficiali, gelosi custodi del Vero.
Già Cicerone, nel De divinatione, precisa: “tutto è pieno di
spirito divino e di senso eterno, di conseguenza le anime
degli uomini sono mosse dalla loro comunità d’essenza con le
anime degli Dei”. Ricordate la citazione di Platone, poco
più sopra? Ippocrate diceva, secoli prima di Cicerone:
“pànta thèia kàt anthròpina” [ le cose sono divine e umane
al tempo stesso - N.d.T.]. C’è del divino nel mondano e del
mondano nel divino…
Ho citato prima W.F. Otto, professore all’Università di
Tubinga, oppositore del nazionalsocialismo e seguace di Zeus
Olimpio. Nel suo notevole saggio sugli Dei della Grecia,
dice: “Non è a partire da un aldilà che la divinità opera
nel foro interiore dell’uomo, o nella sua anima,
misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt’uno col mondo.
Essa si para dinanzi all’uomo a partire dalle cose del
mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento
vitale del mondo. L’uomo fa l’esperienza del divino non
attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un
movimento verso l’esterno”.
Il Paganesimo ignora dogmi e catechismi. Nessun libro sacro
ci prescrive in modo autoritario quello che dovremmo
“credere”. La nostra libertà di pensiero resta intatta.
Soltanto, il nostro compito consiste nell’onorare Dei e Dee
per mezzo di riti, giacché il Paganesimo è una religione
d’opere più che di fede. Si tratta, è vero, di una religione
vissuta nei gesti: il saluto al Sole e alla Luna, i solstizi
e gli equinozi, l’offerta di un grano d’incenso o di qualche
fiore…
Si pensi con attenzione quanto ci sia di degenerativo nelle
accezioni moderne di: “fato”, “fatale” e “fatalismo”.
Anteponiamo quindi l’antica concezione di tali parole: il
“fato” è la «legge dello sviluppo del mondo», una legge
«piena di senso e come procedente da una volontà
intelligente, soprattutto da quella delle potenze olimpiche»
(e non cieca, irrazionale e automatica come nel senso
moderno). Il fatum romano rimanda al rta indoeuropeo, alla
concezione del mondo come cosmos e ordine, e a quella della
storia come sviluppo di cause ed eventi, i quali riflettono
significati superiori. Proprio a tutto ciò si rivolgeva il
significato di fatum. L’espressione deriva dal verbo fari
(da cui discende anche fas, il diritto come legge divina),
ed allude pertanto alla «parola». La parola «rivelata»,
quella della divinità olimpica che fa conoscere la giusta
norma - fas - e allo stesso tempo annuncia ciò che sta per
avvenire. L’idea di fatum non annullava per questo la
libertà umana: il pagano si cura pertanto di formare la sua
azione e la sua vita in modo che esse continuassero l’ordine
generale, ne fossero in un certo senso il prolungamento ed
uno sviluppo ulteriore. Egli pertanto cercava, e cerca di
presentire la direzione delle forze divine nella storia,
così da potervi connettere in modo opportuno l’azione, da
armonizzarla con essa, rendendola massimamente efficace e
carica di significato. Ciò consegna alla magia del rito
un’importanza molto rilevante: le peggiori sciagure per il
pagano nascono dall’aver trascurato gli auspici, dall’aver
agito disordinatamente e arbitrariamente, rompendo i
contatti con il mondo superiore, il mondo dell’invisibile.
Gli Dèi sono Potenze, mai particolari in sé - si tratta
sempre dell’Essere del mondo tutto intero, nella
manifestazione che gli è propria. Noi Pagani non ci
attendiamo alcun soccorso, alcuna salvezza dai nostri Dèi.
La loro sola esistenza, la sola presenza di queste entità
inaccessibili e tuttavia familiari basta a riempirci di
gioia, a consolarci dei soprusi dell’esistenza. Se noi non
ci aspettiamo nulla dai nostri Dèi, anch’essi dal canto loro
sono indifferenti alla nostra sorte, ed è giusto così. La
morale della retribuzione ci è dunque estranea. Venticinque
secoli fa - ieri - Euripide ha espresso perfettamente questo
modo di sentire nella sua tragedia Ippolito. Ecco il dialogo
che si svolge fra Artemide e il protagonista al momento
della sua morte:
” - Artemide: Addio, non mi è permesso di vedere i morti, né
di lasciare che il mio sguardo sta offuscato dall’ultimo
respiro di un moribondo. E già ti vedo vicino a questo passo
doloroso.
- Ippolito - Vai pure. E addio dunque, te felice! Possa tu
rompere senza soffrire una lunga amicizia”.Superbo esempio
di superiorità e di distanza, agli antipodi d’ogni
sentimentalismo. E qui, indubbiamente, il grande merito di
questa filosofia, di questo atteggiamento: mai esitare a
dire le cose come stanno, senza abbellirle né lamentarsi,
senza lusingarsi, senza nascondere nulla e senza cercare la
minima illusione consolatrice.
Ed eccoci ad un elemento centrale nella
concezione pagana del mondo: il Senso del Tragico. Gli Dei
non sono onnipotenti, per quanto siano simboli di pienezza.
Essi non possono tutto, perché la loro potenza è limitata
dal Destino - Virgilio lo chiamava “inexorabile Fatum”.
Esiste dunque un limite impossibile da superare. Presso i
Greci sono le Moire, presso i Romani le Parche, presso gli
Scandinavi, le Nome - che filano il destino proprio a
ciascuno. Queste potenze impersonali e inflessibili sono
l’Ordine inviolabile del mondo. Esse sono al di sopra degli
Dei, come ricorda Omero: “nemmeno gli Dei, dice Atena,
possono allontanare la morte dall’uomo che prediligono
quando la fatale Moira colpisce”.
Il senso del Tragico consiste appunto nell’accettazione del
Destino: amor Fati. Esso è, del pari, coscienza acuta dei
propri limiti e lucido rifiuto di ogni consolazione,
considerata cosa indegna di un uomo libero. Un bell’esempio
di personaggio tragico è presentato da Jacqueline de Romily
nel suo ultimo libro dedicato all’eroe omerico Ettore.
Gli Dei del Politeismo contemporaneo non concedono alcuna
ricompensa. E la nostra etica dell’onore che ci comanda di
trasmettere un nome senza macchia, di essere fedeli alla
parola data e di rispettare i contratti. Il Mithra degli
Indo-Iraniani è proprio il Dio amico, quello del contratto.
Il Paganesimo è una religione non del peccato, ma
dell’errore. L’errore supremo è quello che i Greci, nostri
maestri, chiamavano hybris: la mancanza di moderazione,
dettata dall’orgoglio, che spinge l’uomo accecato a
scagliarsi contro l’ordine cosmico. Il più terribile esempio
di hybris contemporanea è dato dai totalitarismi moderni, i
quali, a furia di voler “cambiare l’uomo” in realtà lo
avviliscono.
Il Paganesimo non postula alcun riscatto. Si tratta, è vero,
di una religiosità di questo mondo, una religiosità
dell’immanenza: il mondo è sacralizzato. La cosa sembrerà
strana per quanti continuano a credere che la sola vera
religione sia quella dell’aldilà. Ma essere Pagano oggi vuol
dire anche liberarsi da questo genere di cascami. Il
Paganesimo non è una religione del terrore, del disprezzo di
sé, bensì della piena salute, fisica e psichica: mens sana
in corpore sano, diceva Giovenale ( Satire, X, 356).
Inoltre il Paganesimo si caratterizza, idealmente parlando,
per il suo gusto dell’equilibrio. Sono ancora una volta i
Greci a tracciare per noi la via da seguire, col concetto
delfìco di Méden Agan, (nulla di troppo), illustrato
dall’eccezionale senso delle proporzioni dell’arte ellenica.
Il Paganesimo non è una religione di salvezza (anche se
certi culti misterici che assicurano la salvezza agli adepti
vi trovano un posto): si tratta invece di una religione
terrena, mirante ad assicurare la pienezza ottimale in
questo mondo, hic et nunc. Vi si cercherà invano la minima
ossessione dell’aldilà. La morte non vi è considerata come
elemento centrale (col corollario di un moralismo
soffocante, e l’ipocrisia che ne scaturisce). La morte è una
tappa nel processo eterno di trasmissione: come diceva
Nietzsche - il filosofo col martello - “la Ruota gira” e la
danza degli elementi continua, senza inizio né fine. Alla
domanda angosciosa “che c’è dopo la morte?”, noi
aggiungeremo l’altra - “e prima della nascita?”. Per noi, i
cicli sono cominciati ben prima della nostra nascita e
continueranno ancora per molto dopo la nostra scomparsa, a
maggior gloria degli Dei. Taliesin, poeta gallese del Medio
Evo, ha ben illustrato quest’intuizione:
Sono stato rivestito di un’altra forma
Sono stato salmone azzurro
Sono stato cane. Sono stato cervo
Sono stato daino sulla montagna
Sono stato palo. Sono stato vanga
Sono stato scure salda in mano
Sono stato gallo variopinto
Signore di galline schiamazzanti
Sono stato stallone nella scuderia
Sono stato toro nella fattoria
Sono stato setaccio del mugnaio
Aia del coltivatore
Sono stato seme nel solco
Sono cresciuto sulla collina
Chi mi aveva seminato mi ha raccolto
Questo bel testo è più che sufficiente per
concludere questa rapida presentazione del Paganesimo. Ho
voluto citare qui tutta una serie di testi - da Eraclito a
Vernant, da Cicerone a Romilly, non per pedanteria ma per
meglio mostrare che io sono soltanto una maglia di una
catena plurimillenaria. In realtà, io mi considero “parlato”
da queste testimonianze di una fede secolare, angariata,
perseguitata, soffocata - ma sempre rinascente e indomita.
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IDEE E
ORIENTAMENTI PER LO SVILUPPO DEL PROGETTO |
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MADRE
TERRA
LO SVILUPPO SOCIALE
ECONOMICO E POLITICO
IN SICILIA PARTE DALLA
DIFESA E DALLA RINASCITA
DELL' ECOSISTEMA

Siamo nati in una isola, in una terra, che molti ci
invidiano per il suo clima e per le sue bellezze naturali,
una perla al centro del mare nostrum che solo la nostra
avidità sta trasformando lentamente in un desolante scenario
del degrado sia ambientale sia socio-culturale. Un binomio
quello dell'ambiente e delle condizioni sociali che solo i
più stupidi possono ignorare, un binomio su cui si sta
giocando il nostro presente e futuro, due punti fermi da cui
intendiamo ripartire per ridare speranza a questa terra. La
difesa della natura, della sua fauna e dell'eco-sistema in
generale sviluppano un ambiente che nella sua complessità
oltre che preservare creano attrazione, interesse,che si
possono facilmente trasformare in fonte di reddito e quindi
anche in forza lavoro, turismo alberghiero, agriturismo,
agricoltura biologica, ricerca e sviluppo del settore
alimentare con una garanzia di prodotti sani e geneticamente
non modificati. Creando un modello di sviluppo alternativo a
quello della grande industria occidentale, un modello di
sviluppo a misura di uomo legato alle effettive risorse del
territorio, un modo di vedere l'economia non più come un
meccanismo senza anima, ma come un qualcosa che deve
ripartire proprio dal sentire interiore degli uomini legati
con l'ambiente che li circonda, avendo il rispetto reciproco
verso la madre terra che ci sfama ma che se non curata ci
lascia al nostro destino di piccoli esseri senza più radici.
Il PROGETTO MADRE TERRA è senza dubbio un progetto
ambizioso, che implica degli sforzi sicuramente in tutte le
direzioni; occorrerebbe una grande campagna di mobilitazione
civica, già nei luoghi formativi dell'infanzia della nostra
popolazione, scuole elementari e medie, con corsi di
sensibilizzazione sull'argomento, obbligatori, su tutti i
posti di lavoro degli enti statali. Poi, rafforzare l'
insegnamento di almeno due lingue europee come l' inglese
e il tedesco in una fase post-scolare per preparare i
piccoli imprenditori locali ad accogliere agevolmente il
turismo da questi paesi. Ancora. occorre dinamicizzare la
nostra gente, incentivare le loro iniziative e renderle
efficaci contro i mostri della globalizzazione alimentare,
offrendo maggiori garanzie dalla legislazione e dai
regolamenti vigenti nell’interesse esclusivo dell’economia
della piccola comunità. Un cammino arduo che la nostra
comunità ha intrapreso con l' entusiasmo giusto che
contraddistingue le grandi iniziative che segnano la storia
degli uomini, idee e orientamenti che strada facendo
arricchiremo di contenuti e dettagli, il solco è segnato.......
Piero Sciacca
LOTTIAMO PER MANTENERE VIVE E SALDE LE RADICI DELLA
NOSTRA TERRA
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Oltre la "Nuova Destra" oltre i nazionalismi ottocenteschi |
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PAN-EUROPEISMO
Quando ci
si improvvisa ‘alternativi’ e si scopiazza solo di qua e di la in
rete ripescando vecchi scritti di ALAIN DE BENOIST senza
neanche scrivere uno straccio di commento introduttivo,
oltre che essere poco seri e credibili, si rischia di uscire
ben al di fuori dal contesto reale che si pretenderebbe di
analizzare; questo è quello che succede ad alcuni 'giovani
arditi' dell' area ‘‘antagonista’‘;
in questi giorni da qualche parte ci è capitato infatti di
leggere in rete un articolo di ALAIN DE BENOIST di critica
al ‘‘neo-paganesimo’‘, che riduce gli antichi culti solari
europei unicamente a
delle testimonianze
del passato da rispettare ma comunque, secondo Benoist, di
un passato ormai senza anima, cosa che suscita in noi non
poche perplessità. Innanzitutto bisogna capire in quale
contesto agisce e pensa l'autore di tali considerazioni,
perché pur essendo l' ideatore di quella che sarà definita
la ‘‘nuova destra’’, egli vive completamente all' oscuro di
quello che di li a pochi anni si svilupperà nell'est
europeo dopo la caduta della Unione Sovietica; ovvero l'
aprirsi di un mondo a noi fino ad allora sconosciuto, che
farà emergere quasi per incanto una realtà impensabile,
quasi ibernata, degli usi e costumi delle genti slave che
paradossalmente il comunismo imperiale sovietico ha
preservato dagli scempi della modernità del villaggio
globale. Una realtà che smentisce di fatto le affermazioni
di Benoist, poiché suo malgrado, risulta essere vincolato
dal suo contesto ‘‘occidentalistico’‘. I culti per gli
antichi Dei in quelle terre dell' est europeo infatti sono
tutt' altro che folklore...ma viva realtà. Se poi
aggiungiamo il fatto che gran parte della cultura europea
occidentale della destra radicale francese tedesca ed
italiana è cresciuta per varie ragioni storiche con l' odio
verso i popoli slavi, da Evola(che ad eccezione di ciò
comunque merita tutta la nostra stima) ad altri illustri
personaggi, si capiranno i motivi perché l' est si cominci a
scoprire solo adesso, in pochi sanno per esempio che non
tutto l' est è slavo; lituani e lettoni per esempio sono
BALTICI, gruppo etnico differente per lingua e costumi dai
popoli slavi; inoltre i lituani come abbiamo già spiegato
sulla sez. dedicata alle religioni etniche europee, non
hanno interrotto i loro antichi culti pre-cristiani, e hanno
combattuto il comunismo praticamente soli fino ai primi anni
50, con un gruppo di patrioti denominati i ‘‘ fratelli della
foresta ’’‘ che facendo affidamento alle loro foreste ancora
non del tutto conosciute scatenavano continue azioni di
guerriglia contro gli invasori bolscevichi. Ma nello stesso
periodo anche in Lettonia Estonia ed Ucraina avveniva la
medesima cosa con gruppi di patrioti che del tutto ignorati
dall'occidente combattevano il comunismo nei luoghi sacri
dei lori avi, tra le foreste e i sacri fuochi. Le foreste
lituane sono piene di sculture in legno raffigurante gli
esseri, gli spiriti, le divinità del mondo baltico. Dalla
Polonia alla Russia abbiamo oggi i culti slavi solari che
sono letteralmente esplosi ; in alcune zone della Russia
uralica, la chiesa ortodossa ha cominciato ad accorgersi di
ciò che sta avvenendo nelle campagne, dove si celebrano con
più vigore e clamore i culti a Perun, Dio del fuoco, del
tuono, una delle massime divinità della mitologia slava,
ma presente anche tra lituani e lettoni, conosciuto sotto il
nome di Perkunas in Lituania, Dio del tuono che già
per la fonetica del suo nome riconduce facilmente alle
comuni radici linguistiche e culturali degli europei,
Perkunas come l'italiano PERK-USSIONE, PERK-UOTERE, appunto
Dio del tuono. Non ci occorre dunque nessuna ‘‘Nuova Destra’‘
ma ciò che da sempre è stato alla ‘‘Destra’‘ del Padre, alle
sue Radi-ci, una Destra Radi-cale, Destra come Diritto. Non
a caso in tedesco la parola Recht ha due significati quello
di ‘‘Destro’‘ e di ‘‘Diritto’‘ in senso di legge, in
opposizione a tutto ciò che è ‘‘Sinistro’‘ ‘‘Sinistrato’‘
deviato dalla ’‘Diritta’‘ via. Ricordando il testo di uno
splendido vecchio pezzo di rock identitario
e anticomunista, <<il nostro è un sogno che viene da lontano
ma noi guardiamo al futuro >> possiamo quindi affermare
che noi siamo rivoluzionari nel vero significato della
parola, intendendo la ri-voluzione come un re-volvere,
re-volver, cioè un ritorno, un ri-voluzionarsi ,
ri-volgersi verso un punto sacro di origine. Un ritorno
che però non è statico ma che nel suo movimento coglie l'
essenza, la vitalità della vita, legandoci tutto uno con il
mondo esterno, facendo scorrere in noi, nelle nostre
vene, la vitalità della pioggia, l' acqua, il sole, la
terra, l' aria, in un tradizionalismo che è dunque tutt’
altro che un cristallizzarsi, piuttosto fulmini e tempesta.
Un tradizionalismo che cattura tutte le nuove dinamicità
dell'esistenza, che le fa proprie e funzionali al suo
percorso, senza però dimenticare, la sua meta. In questa
prospettiva abbiamo la grande Europa di Jean Thiriart, che
sintetizza il concetto dell' unità su base identitaria e
tradizionale-imperiale-organica degli europei con l'attuale
scenario geo-politico. Un concetto che supera i
vecchi nazionalismi , andando oltre
il pangermanesimo, da non confondersi neanche con l'
idea di EURASIA , poiché ancora legata ed ispirata dai
vecchi concetti del ‘‘Panslavismo’‘ ove più che una Europa
unita ,si propugna una Russia come modello a se stante
incontro tra la cultura slava e nord-asiatica. Senza tenere
conto che esistono all' interno del mondo slavo comunque
due concetti di ‘‘Panslavismo’‘ che sono : il grande
Panslavismo che è il più conosciuto che fa capo alla grande
Russia, ed il piccolo Panslavismo anti-russo legato agli
slavi occidentali, che nella Polonia insieme alla Lituania
hanno visto
storicamente
le loro forze accentratrici, ovvero la Rzeczpospolita <<
bene comune >> l' unione tra le culture dei due paesi. Un
Panslavismo ‘‘minore’‘ che in un certo momento della
storia europea estese il suo potere fino alla Ucraina e
quindi fino al mar nero, minore si fa per dire.... Scavando
nella storia si possono capire dunque anche certe recenti
scelte geo-politiche di paesi come la Polonia e le
repubbliche baltiche che hanno aderito alla Nato, lasciando
impiantare sul proprio territorio un armamentario militare
di fatto rivolto contro i cugini russi. IL nostro quindi è
realmente un progetto ri-voluzionario che unisce, e non
divide, le forze di tutti i popoli della medesima civiltà,
stirpe, in una unica grande nazione-impero; poiché la
Romanità, la Hispanidad. iL Pangermanesimo, iL Panslavismo,
l' idea Euroasiatica, sono le grandi forze che la nostra
grande civiltà, la nostra stirpe, ha portato alla luce nel
mondo, divenendo la vera LUCE DEL MONDO; una luce di una
grande civiltà che se messa in pericolo può determinare
l'avvento su scala mondiale di una era oscura in balia al
caos al nulla, come direbbero alcuni nostri amici tedeschi
‘‘ wir kampfen gegen die kaoten’‘, ‘‘noi combattiamo i
caotici ‘‘. In sintesi Una Europa forte unita nelle sue
radici, nella sua identità, nella sua stirpe e la vera
garanzia di giustizia per l' umanità intera. Un Impero di
luce di 500 milioni di uomini!!!!
LE NOSTRE RADICI NELLA LOTTA IDENTITARIA
EUROPEA
Piero
Sciacca
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|
.Il
federalismo etnico di Saint-Loup |
|
“La gioventù francese che ieri viveva
nelle tenebre, a cui mancava un ideale,
che aveva perso la fede nei destini
della patria, sarà abbagliata domani dal
compito che l’attende: rifare l’Europa…”
(1).
Per la destra, per lo meno quella che
non lo disprezza, Marc Augier detto
Saint-Loup è il romanziere della civiltà
minacciata e dell’Europa delle patrie
carnali… Due temi che sono punto di
riferimento dopo Solstice en Laponie,
pubblicato nel 1939, dove l’autore
espone già il suo timore per
l’evangelizzazione e la colonizzazione
delle popolazioni lapponi da parte dei
mercanti della morale. Riflessione che
prosegue sotto l’occupazione,
soprattutto negli articoli sui Baschi ed
i Bretoni dove Saint-Loup pone i primi
fondamenti del “federalismo etnico”
quale principio su cui vuole organizzare
l’Europa (2). Sia detto tra parentesi,
la difesa dei popoli minacciati non si
limita nel suo spirito al solo
territorio europeo giacché egli
affermava nel 1941, in un articolo
sull’avvenire dell’Impero francese: “Il
nostro dovere in Africa è quello di
ristabilire nel quadro storico e
razziale una grande civilizzazione araba
ed una grande civilizzazione nera (3)”.
Ed è sempre per l’Europa delle etnie che
Saint-Loup ha seguito la fede gammata ed
è andato a combattere sul Fronte
dell’Est nel 1942. Egli era in effetti
persuaso fin dal 1941 che la Germania
preparasse una pace fondata su un
federalismo etnico europeo. A questa
convinzione si aggiunge ancora l'idea,
diffusa precedentemente negli ambienti
tedeschi
rivoluzionari conservatori,
che il futuro dell'Europa si trovi ad
Est, in una Russia battuta dove si
potranno attingere nuove forze:
economiche, razziali, spirituali.
Dopo la sconfitta è difficile per molti
comprendere come Saint-Loup abbia potuto
interpretare – benché non sia stato il
solo – il pangermanismo hitleriano come
un tentativo di unione dell’Europa sulla
base delle etnie che la compongono. Otto
Strasser che manifestava negli anni
trenta la medesima volontà, l’intenzione
di riorganizzare l’Europa su basi
etnico-linguistiche, entrerà presto in
conflitto con i seguaci ortodossi di
Hitler. Probabilmente questo
atteggiamento era dovuto
all’anticomunismo fanatico che
Saint-Loup aveva sviluppato a causa del
suo contatto con i militanti di sinistra
nel periodo tra le due guerre mondiali
(4). L’esperienza del fronte russo segna
però un radicale cambiamento
nell’atteggiamento di Marc Augier, che
non si fa più illusioni sulle intenzioni
tedesche. Questa tendenza è manifestata
in alcuni articoli su “Combattant
Européen” che oscillano tra la fedeltà
completa ed una certa presa di distanza
dalle posizioni ideologiche tedesche.
Così scriveva a qualche mese di distanza
“Hitler non è che un uomo (5)” mostrando
così il suo rifiuto verso un’Europa a
dominazione tedesca: “Non si tratta di
fonderci in una specie di europeo. Non
vogliamo essere germanofili o russofili.
Vogliamo rimanere noi stessi, con la
nostra eredità nazionale, pur adottando
uno stile di vita moderno. E vogliamo
arricchire questo stile con il genio
francese che non è un mito (6)”.
La contraddizione apparente di questi
due propositi deve essere compresa con
lo iato tra un giuramento di fedeltà
incondizionata e il pensiero proprio di
Marc Augier. Questa confusione tra
l’aspetto sentimentale e quello
dottrinario che ha potuto, dopo il 1945,
far passare Saint-Loup come un settario
del Nazionalsocialismo proprio quando
egli considerava lo stato nazione come
un principio politico storicamente
superato. Non è tuttavia errato
osservare che questa contraddizione
rimane in Saint-Loup per quelli che dopo
la guerra hanno voluto far coincidere la
sua esperienza nelle Waffen SS
con la sua concezione del mondo. Nelle
opere Götterdämmerung, Les
Volontaires e Les Hérétiques,
Saint-Loup, manifesta un viscerale
attaccamento ai suoi camerati lasciando
libero corso ai suoi fantasmi e
concepisce l’esistenza di una frazione
oppositrice federalista che avrebbe
tentato di affermarsi all’interno del
regime nazionalsocialista.
Saint-Loup non ha mai deposto
l’uniforme. Rifare l’Europa! Ma perché
l’Europa delle etnie, delle patrie
carnali? Perché nello spirito di
Saint-Loup questa è la forma politica
che più ha la forza di resistere alle
ideologie massificanti - liberalismo,
cristianesimo, comunismo - nascoste
sotto la maschera dell’universalismo e
dell’internazionalismo. Perché gli stati
nazione hanno confini ideologici. Perché
la patria carnale, terra dei padri,
risponde ad una aspirazione di identità
naturale. “L’Europa deve dunque essere
riconsiderata a partire dalla nozione
biologicamente fondata del sangue (…) e
degli imperativi tellurici (…). Non può
esistere che come somma di piccole
patrie carnali nutrite di questa doppia
forza. Infatti più lo spazio unificato
si estende, più la realtà razziale si
diluisce per mescolamento e più il
territorio sfugge alla proprietà del
singolo a profitto della massa (7)”.
Saint-Loup fa della razza il motore
della storia di un popolo e
dell’ibridazione la principale minaccia
che grava su una civiltà. Poiché
l’omogeneità razziale è un elemento di
stabilità.
La dottrina di Saint-Loup non si
manifesta dunque sotto la forma di un
nazionalismo aggressivo ma si avvicina
maggiormente ad un differenzialismo
etnico. In altre parole solo colui che
ama e vuole difendere il suo popolo è
capace di amare ed apprezzare i popoli
stranieri. L’affermazione del diritto
alla differenza si sostituisce
all’imperialismo e Saint-Loup può
stigmatizzare l’universalismo come
ideologia razzista. E’ proprio quello
che si vede in
La Nuit commence au Cap Horn,
eccellente libro con i caratteri
dell’affresco epico: gli indiani della
terra del fuoco sono vittime di un
pericoloso progetto di un pastore
evangelico pieno di buone intenzioni ma
incapace di concepire un modo d’esistere
diverso dal suo. Un popolo soccombe al
colonialismo cristiano perché il
cristianesimo è inadatto all’ambiente in
cui questo popolo evolve. La morte di
una civiltà attraverso l’arrivo di
missionari, funzionari, commercianti.
Questa tematica è anche quella di La
peau de l'aurochs (8) pubblicato per
la prima volta nel 1954 e finalmente
ristampato. Anche in questo libro una
civiltà è minacciata di scomparire;
un'invasione dittatoriale, la conquista
della meccanizzazione che si sostituisce
poco a poco alla tradizione rurale e
cattolica locale.
Nelle opere di Saint-Loup la patria
carnale appare allo stesso tempo come
un'alternativa politica, sociale e
religiosa.
Politica inizialmente, poiché
rappresenta un rifugio contro
l'imperialismo. Sociale in seguito,
poiché mira a rafforzare il senso della
comunità, che è istinto puramente
etnico. Si basa su ciò che Saint-Loup
chiama "socialismo dell'azione" che è
destinato a diventare la pietra angolare
della nuova Europa e che si definisce
come un socialismo radicato, un
atteggiamento del cuore, della volontà,
di opposizione alla logica astratta del
marxismo-leninismo. La patria carnale è
infine un’alternativa
religiosa
che ci permette di ricollegarci alle
nostre radici pagane. Ad una concezione
eroica della vita che il
giudeo-cristianesimo,
religione
salvifica, ha soffocato. La patria
carnale deve concepirsi in un certo
senso come un ritorno alle fonti
spirituali e sensoriali dell’uomo. “Si
tratta per l’individuo di attingere alle
fonti di vita eroiche ed estetiche, di
ricevere quindi l'insegnamento del
combattimento naturale e di tutto ciò
che implica: selezione delle
aristocrazie con la lotta per la vita,
nuova nozione del diritto che si
stabilisce più con l'azione del forte e
del migliore, infine ricerca ed
applicazione della nozione estetica e
della vera grandezza (9)". Il
federalismo etnico di Saint-Loup porta
in realtà una nuova concezione della
società. Un paganesimo eroico e popolare
che rimanda ad un'immagine più
accettabile della persona umana.
Nonostante le apparenti contraddizioni,
l'itinerario politico di Saint-Loup
obbedisce ad una logica perfettamente
coerente, dove la volontà di affermarsi
caccia le contrazioni ideologiche.
Prende forma un mondo di grande salute
fisica e morale dove tutti i popoli
hanno il diritto di esistere, purché
radicati nelle loro proprie culture. Nel
tempo, Saint-Loup ha tessuto un opera
sincera attraverso la quale si è
espresso uno spirito libero, che ha
pagato la sua libertà con la
cospirazione del silenzio di cui si
circonda il suo nome.
Jérôme Moreau
Note:
1 Marc Augier, "Jeunesse d'Europe,
unissez-vous!", Conversazione del 17
maggio 1941 sotto gli auspici del Groupe
Collaboration à la Maison de la Chimie -
Paris.
2 Marc Augier, A la recherche des
forces françaises, in
La Gerbe,
4-9-1941 e 2-10-1941.
3 Marc Augier, La route de l'huile,
in
La Gerbe,
6-2-1941.
4 Occorre sempre avere lo spirito per
comprendere l'itinerario politico di
Saint-Loup, che ha fatto le sue prime
esperienze politiche nell'ambito della
sinistra "Fronte Popolare". "Infatti
Marc Augier fu uno dei principali
animatori e ideologi del movimento
Auberges de jeunesse (ostelli della
gioventù, ajisme), fu redattore
principale del periodico Cri des
Auberges de Jeunesse (rivista del
centro Laïc degli Auberges de Jeunesse),
incaricato nel gabinetto di Léo Lagrange
sotto governo del fronte popolare nel
1936 e vicino a Jean Giono, il suo
riferimento ideale e maestro, con cui
partecipò all'esperienza pacifista del
Contadour. Per tutto questo
periodo del dopo guerra, sono il
pacifismo e volontà d’unire la gioventù
europea che motivano il suo impegno.
Rappresentante del CLAJ al Congresso
Mondiale della gioventù che ebbe luogo
negli Stati Uniti nel 1937, si rese
tuttavia conto che i delegati comunisti
si consegnavano ad una intensa
propaganda bellicista contro la Germania
e l'Italia. Da quella data manifesta i
suoi primi sentimenti anticomunisti.
Varie volte, dopo il 1941, Marc Augier
considererà del resto la crociata
europea contro il bolscevismo come il
logico prolungamento della sua azione
passata nell'ambito del movimento Ajiste.
5 Marc Augier, La fidélité des
Nibelungen, in Le Combattant
Européen, 30-9-1943.
6 Marc Augier, Ce siècle avait deux
ans, in Le Combattant Européen,
15-6-1943.
7 Saint-Loup, Une Europe des patries
charnelles?, in Défense de l'Occident,
n°136, marzo 1976.
8 Saint-Loup, Peau de
l'aurochs, Paris, Editions de
l'Homme libre, 2000.
9 Marc Augier, Les Skieurs de la nuit,
Paris, Stock, 1944, pp. 16-17.
In
edizione italiana sono usciti presso
l’editore Volpe e Sentinella d’Italia
(via Buonarroti 4 – 34074 Monfalcone) le
seguenti opere di Saint-Loup:
Saint-Loup, I volontari europei delle
Waffen SS, Volpe, 1967 (curatore
Adriano Romualdi).
Saint-Loup, Il sangue d’Israele,
Sentinella d'Italia, 1975.
Saint-Loup, I velieri fantasma di
Hitler, Sentinella d'Italia, 1978.
Saint-Loup, I volontari. Storia della
LVF contro il bolscevismo,
Sentinella d'Italia, 1983.
Saint-Loup, Gli eretici. Storia della
Divisione SS “Charlemagne”,
Sentinella d'Italia, 1985.
Saint-Loup, I nostalgici,
Sentinella d'Italia, 1991 |
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Jean Thiriart L’EUROPA FINO A
VLADIVOSTOK |
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Storia e geopolitica
La storia ha conosciuto le città-stato:
Tebe, Sparta, Atene, poi Venezia,
Firenze, Milano, Genova. Oggi essa
conosce gli stati territoriali: Francia,
Spagna, Inghilterra, Russia. Infine
scopre gli stati continentali, come gli
Stati Uniti d'America, l'attuale Cina e
l'URSS di ieri. (1) Oggi l'Europa
attraversa una fase di trasformazioni.
Essa deve passare dallo stadio più o
meno stabile degli stati territoriali
allo stadio dello stato continentale.
Per la maggioranza delle persone questa
transizione è ostacolata dall'inerzia
mentale, per non dire dalla pigrizia di
pensiero. Pur essendo grande quanto un
fazzoletto, Sparta era vitale sul piano
storico, in quanto era vitale prima di
tutto nel suo aspetto militare. Le
dimensioni di Sparta, le sue risorse
erano sufficienti a contenere un
esercito capace di incutere rispetto a
tutti i suoi vicini. Qui ci avviciniamo
al problema capitale della vitalità
degli stati. La città-stato storica è
stata sostituita dallo stato
territoriale. L'Impero romano ha preso
il posto di Atene, Sparta, Tebe. E senza
sforzo (2). Oggi la vitalità storica
dello stato dipende dalla sua vitalità
militare, a sua volta dipendente da
quella economica; il che ci conduce alla
seguente alternativa. Prima ipotesi: gli
stati territoriali sono costretti a
divenire satelliti degli stati
continentali. Francia, Italia, Spagna,
Germania, Inghilterra, rappresentano
solo la finzione di stati indipendenti.
Da tempo, dal 1945, tutti questi paesi
sono divenuti satelliti degli Stati
Uniti d'America. Seconda ipotesi: questi
stati territoriali sono trasformati in
un unico stato continentale - l'Europa.
Il fallimento storico di uno stato
continentale : l'URSS
L'incresciosa disgregazione dell'URSS è
spiegata, in particolare,
dall'insufficienza teorica della
comprensione dello stato in Marx,
Engels, Lenin, e, parzialmente, Stalin.
Già nel 1984, il mio discepolo e
collaboratore José Cuadrado Costa,
basandosi su lavori di Ortega y Gasset e
miei personali, aveva pubblicato il
brillante e profetico studio dal titolo
"Insufficienza e obsolescenza della
teoria marxista-leninista delle
nazionalità". (3) Sul terreno della
comprensione dell'essenza dello stato, i
Giacobini evidentemente erano più avanti
dei marxisti. In questo campo Marx
rimane ai tempi romantici della
Rivoluzione del 1848. Già alla fine del
XVIII secolo Sieyes ha scritto sul modo
di rendere "omogeneo" lo stato-nazione.
Lo stato-nazione è frutto della volontà
politica. Altro esempio marxista di
stupidità, da ricondurre al romanticismo
del XIX secolo, è costituito dall'idea
di estinzione dello stato. E' difficile
immaginare una sciocchezza più grossa.
Si tratta di un vecchio sogno
anarchico.(4) Così, Lenin ha preservato
l'esistenza formale delle repubbliche.
Scrivo volutamente il termine al
plurale. Grazie all'applicazione del
principio del centralismo nel partito
comunista e alla particolarità della
personalità di Stalin, questa finzione,
questa commedia è durata fino al 1990.
L'indebolimento del partito ha condotto
allo sconvolgimento dell'URSS secondo
linee di frattura risalenti al periodo
1917-1922. La finzione è divenuta
realtà. Nel 1917 i giacobini russi hanno
creato la Repubblica dei Consigli
(richiamo la vostra attenzione sul
genere singolare). Lenin ha accettato
questa finzione dell'Unione delle
Repubbliche Sovietiche (richiamo la
vostra attenzione sul genere plurale) e
l'ha tollerata. Nel periodo dal 1946 al
1949, al culmine della sua potenza,
anche Stalin ha sostenuto la parvenza
degli Stati "Indipendenti", dalla
Polonia fino alla Bulgaria. Ancora
un'imprudenza teorica.
Lo stato politico in opposizione allo
stato etnico
Nel dizionario francese "Le Petit
Larousse" è riportato che la condizione
dell'omogeneità di un'etnia è costituita
dalla sua lingua e dalla sua cultura. Ai
fini di questo lavoro, darò una mia
personale interpretazione allargata di
questa nozione, avendo affermato che lo
stato etnico trova supporto per la sua
unità nella razza, nella religione,
nella lingua, nelle fantasie collettive,
nei ricordi collettivi, nelle
frustrazioni e nelle paure collettive.
La concezione dello stato politico
(quale sistema aperto, in espansione) è
diametralmente opposta a quella dello
stato etnico (quale sistema chiuso,
sistema fisso). Lo stato politico
rappresenta l'espressione della volontà
degli uomini liberi verso un futuro
collettivo. Lo stato politico, o più
esattamente lo stato-nazione politico,
del quale - dopo Ortega y Gasset (5) -
sono considerato il moderno teorico,
consente agli individui di conservare
l'individualità personale (perdonate
questo pleonasmo barbaro, rozzo) nel
quadro della società. Neppure due mesi
fa mi sono espresso in merito
all'importanza delle nozioni di Imperium
e Dominium. (6) Dal 1946 non ho smesso
di sviluppare questa concezione di
origine romana. Ad un amico in politica,
che mi definiva vallone (solo questo non
mi bastava!), scrissi, come al solito,
che io non sono né vallone, né
fiammingo, né tedesco, né belga e
nemmeno europeo. Io sono io. La persona
di Jean Thiriart - questo è Jean
Thiriart, gli scrivevo io. Non mi piace
affatto figurare insieme ad altre
persone in qualche schedario, nel quale
si dice di "ricordarmi". Desidero
conservare in ogni occasione la mia
ironia socratica. Partigiano del
totalitarismo quando il discorso verte
sull'Imperium, divento anarchico nella
sfera del Dominium. Marx e Engels non
conoscevano assolutamente questa
fondamentale dicotomia Imperium /
Dominium; per questo scrissero
“L'ideologia tedesca” contro Max Stirner.
La visione dell'Imperium in Stirner (la
libera scelta federativa, il diritto
alla secessione, ecc. ecc.) resterà per
sempre utopica e inapplicabile. Al
contrario, la sua visione della libertà
interiore, della sfera del Dominium,
sarà sempre interessante. Io sono
bolscevico, giacobino, prussiano,
staliniano, quando il discorso verte
sull'Imperium e sulla sua disciplina
civica, ma i miei gusti ed interessi
intellettuali, riguardanti la mia
esistenza particolare, la mia vita nel
quadro del Dominium, vanno ad Odisseo,
campione dell'imitazione dei cinici, a
Diogene, che alla domanda: "Vedi tu
qualche brav'uomo in Grecia?", rispose
"In nessun luogo, ma vedo dei bravi
fanciulli a Lacedemone...". Diogene e
gli altri cinici ammiravano
l'ordinamento di Sparta, come è noto,
perché gli spartani erano partigiani
della disciplina, dell'austerità, nemici
del lusso e della fiacca. Così come
Diagora, sono contro la religione.
Beninteso, nella sfera privata!
Certamente, sono famoso come il
messaggero dell'Europa unita da Dublino
fino a Vladivostok.(7). Ma questa Europa
unita, che descrivo e auspico, si
connette alla sfera dell'Imperium. Ed è
secondo me necessario un Imperium
potente, dinamico, spietato - per poter
essere efficace. Quanto alla mia
personalità, essa si connette alla
categoria del Dominium. Per la mia
personalità culturale è impossibile
scegliere categoria. Essa è unica, come
unico è il mio codice genetico.
Biologicamente, ogni uomo rappresenta
l'incarnazione di un unico codice. E'
uno. Nel campo della cultura - musica,
architettura, letteratura, pittura, e
così via - io esigo per me lo status di
irremovibile individualista. Nello stato
politico non possono esservi
"minoranze", giacché queste hanno a che
fare soltanto con le individualità,
mentre la collettività ha a che fare con
l'Imperium. Questi vincoli costituiscono
delle limitazioni, che ho già menzionato
sopra.
Sciagure recenti: federalismo,
confederalismo
Non appena nella concezione della
costruzione dello stato si introduce il
"tandem" di concetti "Imperium-Dominium",
simultaneamente perdono ogni senso ed
utilità certe soluzioni sciagurate come
il federalismo o, peggio ancora, il
confederalismo. Non posso trattenermi
dal citare qui un autore americano, del
quale ho conoscenza per un'unica sua
citazione, ma molto pertinente: "Ogni
gruppo di persone, quale che sia il loro
numero, per quanto simili siano l'una
alle altre, e quale che sia la fermezza
con cui professano un'opinione comune,
alle fine si spezza in piccoli gruppi
che sostengono diverse varianti di
quell'opinione; in questi sottogruppi
emergono sotto-sottogruppi e così via,
fino al limite ultimo di questa
divisione - quello del singolo
individuo". Queste parole sono
attribuite ad Adam Ostwald, autore di un
testo dal titolo "La società umana". Gli
anarchici del XIX secolo e molti altri,
fra cui Proudhon, perseverarono
nell’errore madornale, consistente nel
credere che conflitti e tensioni in seno
ai GRANDI gruppi possano quasi sparire,
trovando soluzione da sé nei PICCOLI
gruppi. E' questa l'armonia sociale del
XIX secolo, l'armonia del piccolo
gruppo, in opposizione all'orrore
dell'insopportabile dominazione del
grande gruppo. Persino Lenin inventò una
sciocchezza storica nell'ambito
dell'assurda concezione del
sempre-benfacente-ed-armonioso-piccolo-gruppo",
che lo costrinse poi a scrivere
dell’estinzione dello stato, nonché a
desiderarla e preannunciarla.
L'Europa fino a Vladivostok: la
dimensione minima
Lo stato-nazione che voglia essere
indipendente è obbligato a dotarsi di
mezzi militari adeguati. Il possesso di
questi mezzi dipende dalla demografici,
dalla geografia, dall'autarchia in fatto
di materie prime, dalla potenza
industriale dello stato. Fra l'Islanda e
Vladivostok possiamo unire 800 milioni
di persone (non fosse altro, per
mantenere l'equilibrio con 1.200 milioni
di Cinesi) e trovare nel sottosuolo
della Siberia tutto il necessario per
soddisfare il nostro fabbisogno
energetico e strategico. Affermo che,
dal punto di vista economico, la Siberia
è la provincia dell'impero Europeo
maggiormente necessaria alla sua
sostenibilità. Una grande unione
dell'Europa Occidentale altamente
industrializzata e tecnologicamente
all'avanguardia con l'Europa Siberiana
che dispone di riserve pressoché
inesauribili di materie prime, consente
la creazione di un potentissimo Impero
repubblicano, col quale nessuno potrà
far altro che venire a patti.
Limiti imposti dall'impero Europeo
Questo stato costituisce un'unità. Non
vuol saperne e non tollera divisioni né
orizzontali (autonomie regionali) né
verticali (classi sociali).(8) Il suo
principio fondamentale costituisce
un'unica cittadinanza: in qualsiasi
luogo dell'impero Europeo il suo
cittadino possiede diritto di scegliere,
essere scelti e lavorare. Egli può in
assoluta libertà cambiare luogo di
residenza e di lavoro. La sua
qualificazione professionale è
riconosciuta nell'intero Impero: il
medico che ha ottenuto il suo diploma a
Madrid, può esercitare senza restrizioni
a San Pietroburgo. Ogni corporativismo
regionale è escluso. IL distacco di
qualsiasi territorio è escluso in virtù
del principio fondamentale, postulato.
Nuovamente faremo uso del principio dei
giacobini: "La Repubblica è unitaria e
INDIVISIBILE". Non conviene ripetere
l'errore leniniano del "diritto
all'autodeterminazione". La “regione” o
l’ex stato nazionale entrano in essa per
sempre. L'unità di questo stato è
irreversibilmente consolidato dalla
legge costituzionale. Al contrario,
questo Impero può estendersi, non
mediante "conquiste" ma per annessione
di coloro che vogliono unirsi ad esso.
L'esercito è popolare ed integrato. Una
singola casta militare non può godere di
qualsiasi monopolio o privilegio con la
scusa della professionalità. Questo
esercito sarà completamente subordinato
al potere politico. Nei primi 20-25 anni
della sua esistenza, una speciale
attenzione dovrà essere accordata a
questo esercito, che le reclute chiamate
dalle diverse regioni prestino servizio
assieme. Non è necessario presupporre
l'esistenza di reggimenti croati o
divisioni francesi o corpi d’armata
tedeschi o russi. La valuta è unica. Il
possesso di valuta straniera o il suo
impiego come mezzo di pagamento è
punibile. Non è forse umiliante,
vergognoso, che oggi sia possibile
recarsi in Russia, purché provvisti di
dollari americani? E’ umiliante sia per
i turisti dell'Europa occidentale, sia
per i Russi. È un simbolo della nostra
comune caduta: gli Europei d’Occidente
colonizzati nel 1945, gli Europei
d’Oriente balcanizzati e colonizzati nel
1990. Sarebbe più corretto pagare
l’albergo di Mosca in ECU europei,
anziché in dollari stranieri. La lingua
intermedia dovrebbe diventare
l’inglese.(9) Non ho scritto
“americano”. Qui sta la mia scelta
inevitabile, pragmatica. Il concetto di
legislazione uniforme è uno dei principi
fondamentali di questo Impero. Diritto
civile, diritto criminale, diritto del
lavoro, diritto commerciale sono
uniformi. Interpretazione ed
applicazione della legge sono ovunque
identici.
Il Dominium e i suoi limiti
Ognuno conosce il detto, secondo cui la
libertà di una persona finisce là dove
inizia la libertà di un’altra. In un
precedente articolo (6) ho indicato, fra
le sfere generali dell’Imperium, quelle
in cui la Repubblica unitaria “.. non
viene mai meno …”. Quanto al Dominium,
esso presuppone illimitata libertà di
scelta, il godimento di tutte le libertà
personali che non ledono l’Imperium.
Queste libertà sono garantite
nell’ambito della vita privata. Nei
sistemi e regimi politici invecchiati
(logori, deboli) sentimenti, emozioni,
paure della vita privata inevitabilmente
cercano di entrare - fin troppo spesso,
ahimè – nella vita politica. L’Imperium
dovrebbe restare una sfera elaborata,
organizzata e diretta soltanto dalla
neo-corteccia. Per comprendere il
comportamento di una persona è
necessario studiare i meccanismi del
cervello.(10) Ripeto qui la mia battuta
preferita riguardo a me stesso: “Non ho
un’anima, ho un cervello”. In realtà,
come tutti gli individui, possiedo tre
cervelli, e precisamente:
- la corteccia originaria, la più antica
(la scorza vecchia del cervello) ci
consente di camminare, arrampicarsi,
strisciare o dare un colpo ad effetto ad
un pallone da basket;
- il cervello “medio” (mesocorteccia)
contiene tutta la mia “garanzia
programmata” emozionale, necessaria alla
sopravvivenza . Sergej Chakhotin,
discepolo di Pavlov, ha da tempo
descritto queste passioni e queste
emozioni.
Alla sopravvivenza di un individuo
contribuiscono gli impulsi alla lotta e
alla nutrizione; alla conservazione
della specie, l’inclinazione sessuale e
parentale (associativa). E infine il più
moderno dei nostri tre “programmi di
garanzia“ è costituito dalla
neocorteccia, questo magnifico strumento
dell’uomo. Strumento insufficientemente
utilizzato. La vecchia scorza del
cervello conta già 200 milioni di anni.
La neocorteccia si è formata solo un
milione di anni fa. Questa dottrina
(tesi) sui tre tipi di cervello, “l’un
l’altro sovrapposti”, o sul triplice
cervello, come scrive il traduttore
francese Roland Guyon, fu avanzata dal
fisiologo americano Paul D. Mac Lean.
Venne resa popolare da Arthur Koestler.(10)
Nel suo “Psicologia sociale” Otto
Klinberg si sofferma a lungo sulla
questione della condotta emotiva
dell’individuo. Due secoli prima della
comparsa dei lavori scientifici di Paul
D. Mac Lean, Sieyes ha anticipato questa
moderna tesi dei tre cervelli
sovrapposti l’un l’altro. Bastid, nelle
328 pagine della sua dissertazione, cita
il manoscritto di Sieyes sul tema “ Del
cervello e dell’istinto”. Molto prima di
me Sieyes si meravigliò ed irritò per le
pseudo-dimostrazioni nel linguaggio dei
politici. Se anch’io impongo al lettore
questa digressione, è solo per mostrare
che gran parte dei discorsi politici
aspri, aggressivi proviene dal nostro
cervello medio superemotivo. Studiare
bene il discorso politico è possibile
soltanto conoscendo il meccanismo di
funzionamento del cervello umano. In
questo caso è facile individuare le
ragioni del rinchiudersi in se stessi,
dell’odio verso qualcos’altro. Diventa
un semplice problema clinico, spiegato
dalla fisiologia del cervello. Per molti
anni mi sono imbattuto in “scrittori”
che descrivevano la politica come
riflesso del comportamento
“meso-corticale” (passioni, emozioni,
impulsi, frustrazioni, timori,
repulsioni), mentre io con tutte le
forze tento di descrivere una Repubblica
“neo-corticale”… sic! Uno dei miei
critici ha detto di me che sono un
“mostro freddamente razionale”. Concordo
con lui, e preferisco questa condizione
a quella di “mostro bacchico
irragionevole”, tanto amato dai monelli
post-nietzscheani. Costantemente
raccomando al lettore istruito che si
interessa di politica di familiarizzarsi
con le opere di Paul D. Mac Lean.
L’assurdità del discorso politico
pseudo-razionale che pretende di essere
persuasivo (l’avvocato convince, lo
scienziato dimostra) risalta chiaramente
dalla seguente affermazione di Marc
Jeannerod: «…il carattere indiretto
delle relazioni fra il soggetto e il
mondo esterno. Il soggetto si crea da sé
la propria rappresentazione di questo
mondo e questa rappresentazione governa
la sua azione. In questa prospettiva,
l’azione non costituisce una risposta a
una qualche SITUAZIONE esterna, ma
piuttosto la conseguenza o il prodotto
di quella certa RAPPRESENTAZIONE”». Ogni
primitivo vaniloquio sull’”ethnos” si
spiega molto semplicemente con questo
concetto di (fittizia)
“rappresentazione” di una realtà
rifiutata (produzione di realtà).
Rifiuto della realtà, necessità del
sogno ad occhi aperti. Per l’individuo
che abbia ricevuto una rigida formazione
scientifica, la politica e il suo
linguaggio rappresentano un’ovvia
assurdità. Gli uomini si gettano l’un
l’altro in faccia invenzioni ed immagini
di inimicizia personale, e rifiutano di
accettare quelle situazioni… Ma
ritorneremo sui tre tipi di cervello di
Mac Lean. Quando consideriamo le orbite
dei satelliti, le traiettorie delle
sonde cosmiche, la resistenza
dell’acciaio, le correzioni ottiche
introdotte nella preparazione di una
foto-lente, usiamo soltanto la nostra
neocorteccia. Nel corso di un litigio
fra automobilisti, finita in rissa,
usiamo i cosiddetti meccanismo cervelli
reattivi (archi-corteccia) ed emotivi (mesocorteccia)
del cervello, e ci comportiamo come i
mammiferi e i rettili. Nella rissa fra
automobilisti, prendono il sopravvento
gli impulsi aggressivi, che gradualmente
sopprimono le funzioni regolatrici della
neo-corteccia. L’inclinazione sessuale,
a volte insopprimibile, ci spinge a
desiderare la figlia minorenne del
vicino. La medesima persona funziona
sempre con l’aiuto di questo doppio
“programma”: il programma degli
impulsi-passioni-sentimenti-emozioni, e
il programma del pensiero assolutamente
razionale. Questa digressione era
necessaria per passare alla questione
del governo del popolo. La religione si
riferisce al campo del Dominium. Essa
rappresenta una specie di attività
privata, che in nessuno modo dovrebbe
possedere la facoltà di influire sulla
vita pubblica (con il conseguente
rischio di vedere come gli “islamici”
hanno sfidato l’autorità in Jugoslavia).
E’ ridicolo supporre che la religione
possa interferire con una ragionevole
vita politica, nell’Imperium. Proprio
per negligenza verso questo principio
sono avvenute stragi disgustose e
stupide in Libano, Palestina, Armenia,
Jugoslavia e Moldavia. Coloro che
mischiano religione e politica
costituiscono gli attuali “apprendisti
stregoni”. Rei di crimine sono coloro
che hanno instaurato questo stato di
tensione ma, dal punto di vista storico,
rei anche coloro che per dilettantismo
politico hanno chiuso gli occhi sul
fatto che le passioni religiose possano
essere usate nel contesto politico.
Nell’Imperium laico dell’Unione delle
repubbliche europee la libertà di
confessione religiosa sarà permessa
(preferirei scrivere ”ammessa“) nel
quadro del Dominium e soppressa
inesorabilmente al primo tentativo di
interferire con l’area di competenza
dell’Imperium. Razzisti spudorati e
falsi hanno elaborato la tesi della
etno-differenziazione (sic) e della
“identità etnoculturale” (re-sic). Come
risultato di ciò, sono scoppiate vere e
proprie guerre in Moldavia, in
Jugoslavia, nel Caucaso, guerre dirette
da criminali comuni, per essere più
precisi e schietti- da gangster. Sono
già vent’anni che, insieme con rapine,
prostituzione, gioco d’azzardo,
narcotraffico, criminali e delinquenti
mostrano interesse persino per la
questione delle “minoranze oppresse”.
Queste follie religiose ed
etno-differenziali sono state abilmente
manipolate dapprima da ciarlatani e poi
da gangsters, queste cosiddette follie,
che si servono di disperati con fucile
automatico in mano, ci trascineranno
tanto in basso da trasformarci nelle
“mille tribù della Nuova Guinea”,
cacciatori di teste. In conclusione
voglio dire che il Dominium sottende una
quasi incontrollata libertà di opinione
(persino delle più idiote), ma che l’Imperium
dell’Unione delle repubbliche laiche
mai, neppure per un istante, ammetterà
la libertà di fare “tutto quel che si
vuole”. Dal 1945 la storia ci fornisce
chiari e sanguinosi esempi di ciò che
NON conviene fare. Di ciò che non va
permesso che accada domani.
Quando Mosca malata chiama in aiuto i
guaritori
Quel che da due anni avviene in Russia è
pura pazzia. L’economia doveva essere
liberalizzata passo dopo passo, dal
basso (11) verso l’alto, fermandosi ad
ogni stadio per 2-3 anni. Invece di ciò,
a Mosca sono ammessi i peggiori
avventurieri della finanza
internazionale. Si apre la vendita a
saldi dei risultati del lavoro di tre
generazioni del popolo sovietico. Gli
squali di Wall Street incominciano ad
interessarsi troppo all’economia dell’ex
URSS. Non si dovevano allentare i suoi
bulloni politici consentendo la
separazione dei suoi popoli, anche se
Lenin, nella sua incultura politica
(patrimonio del marxismo ascendente
verso il 1848) ammise (con molta
ipocrisia e molta leggerezza) il «
diritto all’autodeterminazione ». La
partizione politica e militare dell’URSS
è e sarà un imperdonabile errore
storico. Un fatto dannoso ed
irreversibile. Le forze centrifughe
distruggeranno in cinque anni
distruggeranno quello che le forze
centripete hanno creato in quattro o
cinque secoli. All’inizio si dovevano
riempire gli scaffali dei negozi di
salumi e di pane, favorendo la creazione
di un milione di imprese di piccole
dimensioni (da uno a 50 lavoratori). Al
tempo stesso si doveva rafforzare la
repressione politica nei confronti di
tutti questi “combattenti” per la
separazione, l’indipendenza e
l’autonomia. Altri esempi della condotta
suicida dei nuovi dirigenti russi
consiste nei loro “viaggi“ a Washington,
anziché accordarsi per ricevere aiuti
economici dall’Europa Occidentale. Dal
punto di vista storico e geopolitico gli
USA sono il nemico speciale dell’URSS.
La strategia storica degli USA consiste
nel separare l’Europa e smembrare
l’URSS. Per quattro secoli l’Inghilterra
ha condotto le stesse politiche contro i
re spagnoli, contro la Francia e la
Germania. Oggi l’Inghilterra ha ceduto
il posto agli USA. Ma ancora ieri
instancabilmente mirava a distruggere la
principale forza continentale, capace di
unire in una federazione il continente
europeo: gli Absburgo spagnoli,
Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.
La Russia “solitaria” è il futuro
“Brasile delle nevi”
La divisione dell’URSS è irreversibile.
Alla “Grande Russia” non è rimasta più
alcuna chance di essere una grande
potenza. Quindi la “Russia solitaria” è
un paese senza futuro, al pari della
Germania dopo il 1945 e della Francia
dopo il 1962. Dal punto di vista
storico, la Germania fu svuotata di
significato nel 1945.Pur rappresentando
oggi una grande potenza industriale,
essa è completamente passiva,
assolutamente ininfluente nell’arena
politica internazionale.(12) Ecco che
già da 47 anni la Germania non ha più
una politica estera. In sé, questo non è
un male per l’unità europea. L’isteria
nazionalista ha causato grande danno
all’Europa: due guerre suicide – nel
1914 e nel 1939. Se qualche sognatore
ancora accarezza la speranza che la
Russia divenga la “Grande Russia”, una
potenza di prima categoria, che costui
sappia fin d’ora che Washington ha
ancora molti pugnali. Cinicamente,
Washington ha già giocato la carta di
Baghdad contro Teheran poi la carta di
Ryadh e dei suoi complici a Damasco e al
Cairo contro Baghdad. Washington
possiede ancora molte spade di riserva
con cui, in caso di necessità, terminare
la partizione dell’URSS e in seguito
occuparsi della partizione della Russia
stessa. Se necessario, Washington senza
il minimo dubbio giocherà contro Mosca
la carta di Pechino, o la carta del
mondo islamico (dal Pakistan al
Marocco). Oggi Francia, Inghilterra,
Germania sono soltanto la finzione
storica di uno stato indipendente,
soltanto la parodia di questo. E tutti
questi cosiddetti “grandi” paesi non
hanno più una propria politica estera.
La guerra in Irak ha dimostrato che a
Washington Francia e Inghilterra servono
solo come fornitori di “fucilieri
senegalesi”.
NOTE
(1)
Nel periodo fra il 1981 e il 1985 ho
pubblicato una serie di lavori
(tradotti, in parte, in lingua russa),
che adombravano la possibilità teoretica
di un’unione dell'Europa da Oriente a
Occidente mediante la ripetizione di uno
scenario storico cosiddetto
"macedone"... Dall'anno 338 fino alla
rivolta di Galilea, a Cheronea, Filippo
il Macedone realizzò di fatto l’unione
della Grecia. In quei lavori il discorso
si è indirizzato al metodo
militare-ideologico di unire l'Europa
nella direzione da Vladivostok a
Dublino. Il continente cinese fu unito
già 22 secoli addietro sotto un insigne
politico - Tsin Shihuanti. Dinastia Tsin
(221-206). Stato unitario centralizzato,
direzione burocratica; subordinazione
dei feudatari. Costruzione della Grande
muraglia cinese. Gli eventi successivi
hanno costretto a dimenticare la paura
dell'Esercito Sovietico e l’avversione
abilmente alimentata nei confronti del
comunismo. Nel 1992 la soluzione
"macedone" appare già inadeguata a
paragone con il periodo 1982-1984. Oggi
dobbiamo elaborare una concezione della
riacquisizione dell'intero territorio
sovietico mediante la costruzione della
Grande Europa, formularla e desiderare
con impazienza la sua realizzazione. La
concezione infantile ed antistorica
della "Comunità degli Stati
Indipendenti", offerta dall'ingenuo
Gorbacev, non possedeva la minima chance
di successo. Fu un bambino nato morto.
Evidente la sua assurdità semantica:
comunità di indipendenti (sic)...; con
altrettanto successo si potrebbe parlare
di devoti coniugi cattolici praticano il
libero amore.
(2)
Roma fu uno STATO POLITICO, che mirava
ad espandere i suoi confini. Non lo
furono, sul piano teoretico, le città di
Sparta, Atene e Tebe, con la loro
concezione, condannata all’immobilismo,
della "città-stato immanente e
secolare". Circa 2000 anni dopo, anche
la Prussia diventerà uno stato politico
espansionista. Ma tale espansione non
necessariamente presuppone la conquista.
Ecco un esempio teorico e concreto di
ciò. Se negli anni 1950-55, nel vivo
della guerra fredda, gli USA ci avessero
offerto l'integrazione politica
dell'Europa Occidentale in un'onesta e
sincera struttura "Atlantica", saremmo
stati testimoni della nascita della
Repubblica Atlantica, estendentesi da
San Francisco a Venezia e da Los Angeles
a Lubecca. Cito questo esempio teorico
affinché sia leggibile la differenza fra
il consueto imperialismo che assoggetta
e l'imperialismo integrazionista.
Proprio questa chiara possibilità di
espansione deve possedere anche la
Repubblica Unita Europea. Tutti i miei
concetti geopolitici presuppongono la
necessità della sussistenza di uno
stato-nazione vitale.
Uso la geopolitica ai fini della
formazione della concezione e della
descrizione della vitalità della
Repubblica. Io sono un teorico della
geopolitica, mentre Haushofer e Spykman
ne erano ideologi. Sono entrambi degli
imperialisti malamente mascherati. Fra
teorico e ideologo corre una differenza
enorme. Haushofer razionalizzava appena
il suo animalesco pangermanesimo. La sua
concezione di un blocco "Berlino - Mosca
- Tokyo" rappresentava non più che una
copertura razionale delle sue
elucubrazioni pangermaniche. Per quanto
riguarda gli Stati Uniti, si fanno forza
del "carattere manifesto del destino" (Manifest
Destiny). E’ una geopolitica ideologica,
messianica, nata dalle fantasie, a loro
volta scaturite dall’abituale lettura di
una letteratura paranoica e da scorrerie
nel testo biblico. Weinberg elenca gli
espressivi titoli dei capitoli di questa
paranoia storica: "geographical
predestination", "the mission of
regeneration", "inevitable destiny", "international
police power". Psicologi e psichiatri
troveranno in questo alimento per
riflessioni e svago. La mia concezione
geopolitica è qualcosa di completamente
diverso. Direi che "l’anticipazione
industriale e tecnologica, propria degli
Stati Uniti, deve o può creare una
situazione tale da dirigere con ragione
e giustizia lo Stato Continentale,
esteso dall’Alaska alla Patagonia”.
Invece di far “scorrazzare”
provocatoriamente la propria flotta nel
Mar Cinese e nel Mediterraneo. Le teorie
geopolitiche ideologiche operano in
termini di subordinazione e/o
sfruttamento, mentre la geopolitica
teorica “nel suo aspetto puro” si occupa
dell’elaborazione e della costruzione di
stati vitali.
(3) José Cuadrado Costa, "Insuffisance
et depassement du concept
marxiste-leniniste de nationalité",
Octobre 1984 in "Conscience Européenne"
n.9, Charleroi, Belgique.(Il concetto di
"nazionalità" in Marx, Engels, Lenin,
Stalin, Ortega y Gasset e Jean Thiriart).
Esiste in spagnolo, francese e russo.
(4)
Questo lavoro di Daniel Guérin ("L'Anarchisme",
Poche Gallimard) va letto criticamente.
In esso è scritta tutta la stupidità
romantica del XIX secolo. E' duro
trovare qualcuno più ingenuo e sciocco
di Proudhon. Ha descritto un mondo
idilliaco, il mondo della "federazione
delle federazioni". Non ha previsto le
guerre di Moldavia, Croazia e Armenia
con lo scopo della brutale distruzione
della “Minoranza delle Minoranze”. E con
una sola raffica di mitra !
(5)
José Ortega y Gasset, "La Révolte des
Masses", Editions Stock 1961. José
Ortega y Gasset, "La vocation de la
Jeune Europe", Revue de la SS
Universitaire "LA JEUNE EUROPE", Berlino
1942, Quaderno 8.
(6)
Jean Thiriart "EUROPE: l'Etat-Nation
Politique", nella rivista "Nationalisme
et Republique" n.8, giugno 1992, 25,
Cours Foch 13640, La Roque d'Antheron (France).
(7)
Da oltre un quarto di secolo vado
sviluppando la concezione dell'Europa
come: (a) stato unitario; (b) delle
nazioni europee. Il Generale de Gaulle
voleva una Francia forte (e unita) in
un'Europa impotente (confederata).
Così non piacque all'Europa. Come
Maurras, si trovò la strada sbarrata.
Nel 1965 lo scrittore tedesco Heinz Kubi
mi diede una stoccata riguardo agli
(antichi) profeti della Grande Germania,
ai quali io appartenevo.
Kubi scrive: L'Europa, una nazione? Il
paradosso del panorama politico
dell'Europa occidentale consiste nel
fatto che i medesimi intolleranti in
opposizione reciproca (sulla questione
europea: gollisti-confederalisti e
thiriartisti-unitaristi, J.Th.) sono
sostenitori della medesima concezione
dello stato. Per De Gaulle è impensabile
che lo stato possa o debba essere
qualcosa di diverso dallo stato
nazionale, dal momento che la nazione
costituisce il fondamento giuridico
unitario della politica. Questa
rappresenta la concezione dominante in
una frazione dell'opposizione europea ("Jeune
Europe", J.Th.). Quest'ultima vuole
uscire dal quadro della nazione, ma non
è in grado di offrire alcun altro tipo
di stato, se non nazionale. Così, essa
vuole sostituire gli stati attuali con
lo stato nazionale Europeo. Sogna di una
nazione europea, e non è un caso che su
questo tema converga con i profeti della
“Grande Germania” e con altri fascisti
del passato (cfr. p.312 dell'edizione
francese).
Vedi "PROVOKATION EUROPA”", Kiepenheuer
und Witsch, Koeln-Berlin, 1965; tr.
francese “Défi à l’Europe”, Seuil 1967.
Ho conosciuto fin troppo bene la
sconfitta della “Grande Germania”
razzista, sia in guerra sia in seguito,
negli anni di reclusione. Ne ho tratto
utili lezioni riguardo al fatto che lo
stato unitario sul piano della razza
(quello di Hitler) non può espandersi
senza continue guerre. Perciò, in una
cella buia, ho elaborato la concezione
di uno stato unitario espansionista
politico (non razzista). Ho ripreso e
sviluppato la concezione di Sieyes e
Ortega-y-Gasset, il concetto di nazione
politica da “arrotondare” fino ad un più
alto destino, un destino europeo.
(8)
In occasione di un incontro, il 7
settembre 1789, l’abate Sieyes ha detto
e ripetuto in modo chiaro e non ambiguo:
“Sovrana è soltanto la Nazione. La
Nazione non ha ordini, né classi, né
gruppi. La sovranità non si divide e non
si trasmette”. Vedi Colette Clavreuil,
“L’influence de la théorie d'Emmannuel
Sieyes sur les origines de la
representation en droit public”, tesi di
dottorato all’Università di Parigi,
1982; Jean-Denis Bredin, “Sieyes, la clé
de la Revolution française”, Ed. de
Fallois, Parigi 1988; Paul Bastid,
“Sieyes et sa pensée”, ried. Hachette
1970. Nessuno ha saputo formulare il
concetto di stato Unitario meglio di
Sieyes. Quanto a me, trasferisco questo
concetto di repubblica Unitaria e
indivisibile nella mia riflessione sulla
creazione di una repubblica Imperiale da
Dublino a Vladivostok. Come Sieyes, sono
stufo di tutte queste teorie federative,
fonti di minacce di guerre civili, fonti
di spartizioni territoriali.
(9)
Per colui che ha ricevuto una
preparazione scientifica, tutti i nostri
linguaggi sono mezzi di espressione
troppo deboli, non chiari, caduchi. Il
linguaggio scientifico è univoco, quello
letterario è sempre ambiguo. Proprio per
questo motivo i “letterati” non si
esprimono mai chiaramente in sociologia
o in politica. Vedi l’opera fondamentale
di Louis Rougier, “La métaphysique et le
language”, Denoel 1973. Di fatto in
tutto il mondo l’inglese è di già, e
inevitabilmente, la lingua comune in
scienza e tecnologia. L’istituto Pasteur
di Parigi non pubblica più nulla in
francese. Tutti i suoi lavori sono
pubblicati solo in inglese.
(10)
Paul D. Mac Lean, “Les trois cerveaux de
l'homme”, Robert Laffont 1990 (tr.francese).
Arthur Koestler, “Le cheval dans la
locomotive ou le paradoxe humain”,
Calmann-Lévy 1968.Cfr. cap. XVI, “I tre
cervelli”. Koestler si rivolge ai molti
lettori istruiti. Mac Lean scrive per il
lettore che già abbia familiarità con la
neuropsicologia del cervello. Sergej
Chakhotin, “Le viol des foules par la
propagande politique”, Gallimard 1952.
Chakhotin è allievo e seguace di Pavlov.
La sua “Violenza alle masse” è un’opera
capitale, indispensabile a coloro che
vogliano approfondire la questione.
Otto Klineberg, "Psychologie Sociale",
Presses Universitaires de France 1967.
José M.R. Delgado "Le conditionnement du
cerveau et la liberté de l'esprit"
Charles Dessart, Bruxelles, 1972 (trad.
francese); Jean-Didier Vincent,
“Biologie des Passions”, Seuil 1986;
Marc Jeannerod "Le cerveau-machine",
Fayard 1986; Guy Lazorthes "Le cerveau
et l'esprit - Complexité et malleabilité",
Flammarion 1982.
(11)
Jean Thiriart e René Dastier (1962-1965)
"Principes d'Economie Communautaire",
170 pp. (varie ed. di Luc Michel, 1986).
Lavoro complessivo sulle teorie
socio-economiche di Jean Thiriart. (Il
socialismo su scala europea:
comunitarismo). Esiste anche
un’esposizione breve di questa dottrina,
pubblicata in un volumetto di 42 pp.: :
Yannik Sauveur e Luc Michel "Esquisse du
Communautarisme" (1987). Infine,
l’articolo di Jean Thiriart “Esquisse du
communautarisme” (1987) pubblicato dalla
rivista “La nation européenne”, n.1,
febbraio 1966.
L’attuale regime russo sta realizzando
la liberalizzazione dell’economia nella
direzione più perniciosa. Comincia
invocando l’aiuto degli squali della
finanza internazionale, cosa da non
farsi. Ed Eltsin lo ha fatto
dimostrandosi un dilettante, un
individuo privo di cognizioni tanto in
campo economico quanto in campo storico.
Sarebbe stato più corretto: (a)
liberalizzare immediatamente tutte le
imprese con forza lavoro da una a 50
persone; (b) in 2-3 anni liberalizzare
tutte le imprese che impiegano da 50 a
500 lavoratori. Era necessario andare
dal basso verso l’alto, dalla
liberalizzazione immediata delle piccole
imprese fino a quella delle imprese di
importanza molto maggiore in 6-8 anni.
La libera impresa stimola il lavoro; è
impossibile dire lo stesso della
speculazione finanziaria internazionale,
che mira solo al guadagno immediato. Non
staremo qui a descrivere l’ampio margine
che corre fra capitalismo industriale (Ford,
Renault, Citroen) e il capitalismo
speculativo bancario (Fondo Monetario
Internazionale). Centinaia di pagine di
ricerca economica di Dastier e Thiriart
(1962-1955) sono dedicate a questo
soggetto. Semplificando notevolmente,
sarebbe possibile affermare che
comunitarismo significa economia
completamente libera per le imprese con
un volume di occupazione fino a 50
persone, economia regolata per le
imprese con oltre 500 occupati, ed
economia di stato per quelle con oltre
5.000 occupati. E’ un sistema “a
geometria variabile”, intermedio fra
capitalismo industriale e socialismo
classico.
(12)
La Germania contemporanea è da un lato
un gigante economico, dall’altro un
eunuco politico. E’ un paese
stroricamente evirato dal 1945. La
Germania odierna è una delle zone di
sfruttamento dell’economia cosmopolita,
fondata su Wall Street. List ha
brillantemente dimostrato la differenza
fra economia cosmopolita ed economia
politica. A partire da tale differenza,
Thiriart ha costruito la sua teoria
dell’economia del potere contrapposta
all’economia americana orientata alla
raccolta del profitto. Esiste
un’eccellente analisi delle idee di
List, realizzata dall’americano Edward
Mead Earl (vedi Edward Mead Earl, in
“Makers of Modern Strategy”, Princeton
University 1943). Nel 1980 la casa
editrice Berger-Levrault ha pubblicato
quest’opera in traduzione francese con
il titolo “Les maitres de la stratégie"
(Cap. 6: “Adam Smith, Alexander Hamilton,
Friedrich List: les fondements
economiques de la puissance militaire”).
List visse a lungo negli USA. Affermò
che “la ricchezza è inutile, senza la
potenza della nazione”. Della qualità
del suo lavoro analitico, Edward Mead
Earl scrisse che era degno di figurare
in un’antologia di lavori di
geopolitica.
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