Comunità Politica Paneuropeista

ОТ ДУБЛИНА ДО ВЛАДИВОСТОКА-МЫ БОРЕМСЯ ЗА ОДНУ ЕДИНУЮ И СВОБОДНУЮ ЕВРОПУ!

Wir kämpfen für ein Großes einiges Europa von Dublin bis Wladivostok.
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Perchè non possiamo non dirci pagani
wewelsburg2a

Di Alfonso Piscitelli tratto da Eurasiaprogetto

Noi europei non abbiamo alcun bisogno di tornare al paganesimo: non lo abbiamo mai abbandonato nel profondo dell’anima. La struttura psichica dei “gentili” è naturalmente pagana, sarebbe una grave perversione se cessasse di essere tale. Il cristianesimo diffondendosi nelle quattro aree dell’Europa antica (la greca, la romana, la celtica, la germanica) ha annacquato la sua originaria radice monoteistica. Il cattolicesimo mediterraneo era nella realtà un politeismo lunare incentrato sul culto di tre grandi Dei distinti: Dio Padre (Deus Pater= Zeus), Dio Figlio (generalmente descritto con tratti dionisiaci) e una grande Dea Madre (la Madonna = la Signora). Il cristianesimo europeo ha trasgredito il divieto ebraico di venerare le immagini (un divieto ancora oggi rigorosamente osservato dagli islamici). Da questa trasgressione nasce la grande arte cristiana. A partire dal romanticismo, i poeti germanici hanno cancellato la maledizione biblica che gravava sulla Natura. La psicologia contemporanea ha riscoperto gli Dei sotto forma di archetipi psicologici. L’attitudine moderna allo sport, il diffondersi di palestre hanno recuperato sia pur in forma materializzata l’aspirazione classica al corpo sano.Sbagliano pertanto coloro che vogliono incatenare l’anima dell’Europa ad un destino abramitico. La nostra anima nel profondo non ha mai smesso di dirsi pagana; basta solo ascoltarla con attenzione per capirlo. Il “nuovo paganesimo” non è affatto un concetto stravagante o qualcosa di intellettuale costruito a tavolino; è semplicemente un atto di auto-consapevolezza: una presa di coscienza della nostra natura e di ciò che è estraneo (e dannoso) ad essa.

E’ vero che il cristianesimo è stato grecizzato nella sua teologia, romanizzato nella sua struttura gerarchica, celtizzato nelle sue sfumature esoteriche (il Graal), germanizzato nelle sue attitudini crociate e cavalleresche; ma è anche vero che sotto tutti questi vestimenti europei il cristianesimo rimane una forma messianica di giudaismo. Tutti i cristiani venerano come divinità il rabbì Jeshua, della tribù di Giuda. Il rabbì Jeshua si proclamò messia, esattamente come avrebbe fatto Sabbatai Zevi 1600 anni dopo. Ogni secolo dal popolo ebraico sorgono messia, regolarmente avversati dal clero regolare: la tensione tra sacerdoti e messia, tra sacerdoti e profeti (”Ahi Israele che perseguiti i tuoi profeti!”) è una costante della storia israelitica. Il rabbi Jeshua si scelse dei collaboratori: tutti ebrei. Shimon conosciuto sotto il nome di Pietro, Saul conosciuto sotto il nome di Paolo. E’ grazie a questi infaticabili collaboratori che cinquanta generazioni di giovani europei hanno imparato a riconoscere in Israele il “popolo eletto”, a sentirsi figli di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; a venerare il “leone di Giuda” (il rabbino Jeshua). Non v’è cosa più illogica di un “antisemita cattolico”

Perché il cattolicesimo, più in generale il cristianesimo, è il giudaismo messianico divulgato ai popoli. Cosa leggono i cristiani come libro sacro? La Bibbia, ovvero la Torah più altri scritti giudaici. Nella Bibbia la collettività dei cristiani è orgogliosamente definita come “l’Israele di Dio”. La Bibbia si conclude con una esecrazione di Roma “la Grande Meretrice” e con la profezia dell’avvento del paradiso: la “Gerusalemme celeste”! Quanti patologici antisemiti vedono la mano ebraica su ogni male del mondo e poi con assoluta indifferenza professano il cristianesimo, ovvero la versione messianica del giudaismo

Al cospetto di Hitler un papa molto caro ai tradizionalisti (Pio XII) ebbe l’orgoglio di dire: “Noi siamo spiritualmente semiti”. C’è molto coraggio in questo orgoglio espresso a quei tempi. Si può ammirare quel coraggio; e tuttavia anche noi Europei dobbiamo avere coraggio ed esprimere l’orgoglio della nostra “gentilezza”. Guardate sulla testa dei vescovi ai quali i cristiani baciano le mani: cosa portano? Che cos’è quel curioso dischetto? Ovvio, è la kippah ebraica: con ciò i successori degli apostoli si qualificano come rabbini.

E del resto tutti i fedeli ogni Domenica ripetono in coro Alleluia(hve), esclamazione ebraica che suona: sia glorificato Jahve. Arriviamo così al nodo di quella fissazione patologica che è l’antisemitismo (ovvero la credenza maniacale che dietro ogni male del mondo vi siano gli ebrei): l’antisemitismo è espressione della lacerazione dell’anima europea, che da una parte accetta il cristianesimo e lo stravolge secondo le proprie tendenze, dall’altra parte avverte che in fondo al cristianesimo vi è qualcosa di irriducibile e di inassimilabile: la radice semita.

Vi sono cose che non si possono imporre. Tu non puoi imporre al rabbino capo di venerare la Dea Afrodite, non puoi cambiare nome a Gerusalemme (come fecero i Flavi che la trasformarono in Helia Capitolina!). Allo stesso modo non si può pretendere che un Europeo d.o.c. si semitizzi. Per porre fine alla triste lacerazione dell’anima europea e per combattere la patologia dell’antisemitismo noi proponiamo uno schietto “non semitismo”: vale a dire il riconoscimento del fatto che allo spirito europeo non si addice una religione di origine giudaico-messianica esattamente come non si addice al rabbino capo di Gerusalemme ricercare le radici della propria fede in Omero, nel concetto romano del Pantheon, nel Libro Egizio dei Morti.

La verità è che il cristianesimo dei nostri tempi da un lato sta riscoprendo la sua autentica radice ebraica e si sta liberando di ogni sovrastruttura greco-romana, dall’altro sta spostando il suo baricentro fuori dall’Europa. In Europa non si fanno più preti. E senza preti chiaramente una religione non può sopravvivere. Non a caso le Chiese stanno patrocinando il progetto di spostare in Europa milioni e milioni di africani, amerindi, asiatici. Per avere un prete in più in seminario, ma anche per modificare lo psichismo della civiltà europea con l’afflusso di popoli più docili alle carezze dei monsignori.

Contemporaneamente altri popoli dalla brulicante demografia si spostano verso Nord e per esplicita ammissione dei loro imam si propongono di sottomettere l’Europa ad Allah grazie al ventre delle loro donne. Di fronte a questo movimento di popoli è naturale, per un ovvio principio di azione e reazione, che si ingeneri un movimento di ripaganizzazione dei popoli europei. Ciò che era inconscio deve ritornare ad essere cosciente. La grande cultura europea ci aiuta in questa riscoperta: non fu solo il Rinascimento a riscoprire gli antichi, anche i Monaci della Schola Palatina di Carlo Magno non appena riscoprirono i testi classici se ne innamorarono; compiendo così due peccati in uno: 1) si innamorarono, 2)… di qualcosa di non cristiano. Il senso di fedeltà al mos maiorum ancor più della mera cultura erudita ci induce a spolverare il nostro atavico paganesimo. Si sa, il rabbino Joshua era una persona amabile ma sicuramente peccava di equilibrio. Ai suoi fedeli disse: “fatevi eunuchi (=castrati!) per entrare nel regno dei cieli”! Disse: “se il tuo occhio ti dà scandalo, taglialo via. E’ meglio essere orbi che bruciare nel fuoco dell’inferno”… Queste massime così illuminate difficilmente potrebbero avere una effettiva applicazione oggi. Fuori che da una ristretta cerchia di fanatici neppure nei secoli precedenti sono state effettivamente adottate. Nelle buone famiglie europee per duemila anni si sono educati i bambini con una saggia miscela di stoicismo e di epicureismo. Lo stoicismo: la convinzione che bisogna affrontare con virilità, con dignità i momenti difficili che ogni vita inevitabilmente comporta. L’epicureismo: la convinzione che anche la vita più seria debba essere condita e addolcita da una giusta dose di piacere. I riti pagani si sono interrotti in Europa, ma lo spirito pagano sotto molti aspetti è continuato. Ininterrottamente.

Anima naturaliter pagana

:::: Trovare un cielo sulla terra ::::
L’uomo moderno cerca di fondare la propria ricchezza su quanto il mondo gli dispensa fra alti e bassi. Superficialità, senza dubbio, e pertanto criticabile, ma quanto preferibile alla falsa profondità dell’apparente comprensione globale fornita da una credenza zoppicante. Giacché essere Pagano oggi è, a mio avviso, voler superare sia il dualismo delle religioni monoteiste rivelate - che chiamerò per comodità religioni abramiche (Giudaismo, Cristianesimo Islam) - sia il nichilismo, tipico di una modernità singolarmente distruttiva. Non intendo in nessun modo rappresentare la totalità della corrente neo-pagana contemporanea. Del resto, sono profondamente convinto che esistano tanti approcci al paganesimo quanti sono i Pagani. E questo non è forse nella natura delle cose, dal momento che il tratto caratteristico dei differenti Paganesimi, vecchi o nuovi, europei o no, consiste precisamente in quest’esaltazione dell’infinita pluralità del reale?
Ma vediamo che cos’è in realtà quello che viene chiamato Paganesimo.
Il termine si può prestare a confusioni e malintesi, tanto più che esso è stato forgiato dai suoi avversari. Sono infatti i Cristiani che, nel corso del III e del IV secolo, hanno fatto della parola latina paganus (contadino) una sorta d’insulto.
 

I Pagani erano allora presentati come degli zoticoni, degli antiquati che rifiutavano - sfrontati! - di convertirsi alla vera fede, quella del Cristo. Ancora ai nostri giorni, il termine “Pagano” è talvolta inteso come sinonimo di “barbaro”, di “rozzo”, e addirittura, presso certuni, di “ateo”. Ora, esso non è niente di tutto questo.
Il Paganesimo che io difendo è agli antipodi della discutibile esaltazione di chissà quale barbarie o quale culto della forza bruta. Lo scrittore ortodosso russo Vladimir Volkoff parla, in uno dei suoi romanzi, di “nietzcheismo da boy-scout vizioso”, espressione che mi sembra assai calzante. Se i Pagani hanno sempre reso omaggi alle forze presenti nell’universo, non si tratta per noi Politeisti, né di un culto della violenza e tantomeno d’idolatria.
Quanto alla presunta rozzezza dei Pagani, mi limiterò a ricordare che da millenni questi ultimi hanno sviluppato metafisiche estremamente raffinate (si pensi ai Presocratici greci alle Upanishad dell’India, alle scuole platoniche, pitagoriche o ermetiche…) e mitologie sontuose di cui l’antropologia strutturale e il comparatismo di un Dumézil hanno mostrato l’infinita ricchezza. Infine, l’ateismo - non dimentichiamolo - è pressoché sconosciuto nelle società tradizionali. Non parlo qui dell’ateismo di massa, che prolifera nelle nostre società postcristiane. Per questo rimando al libro di Marcel Gauchet sul Cristianesimo come agente del disincanto del mondo.
Se dovessi definire rapidamente il Paganesimo in quanto coerente visione del mondo, direi che esso è fedeltà alla stirpe - considerata nel quadro di una memoria millenari (quella che ci “re-ligat” [ religio, religione, è appunto l'atto del religare, collegare ], che ci unisce ai nostri antenati lontani) - radicamento in un territorio (termine da prendere lato sensu) e apertura all’infinito. Potrei ugualmente parlare di partecipazione attiva al mondo, d’equilibrio ricercato fra microcosmo e macro cosmo.
 

È religione naturale, la religione della natura e dei suoi cicli, la più antica del mondo perché “nata” - ammesso e non concesso che il mondo sia mai nato - con lui. Lungi dall’essere una fissazione di qualche tipo un po’ bislacco o una nostalgia da letterati fermi a qualche mitica Età dell’Oro, oso affermare che il Paganesimo sta per diventare di nuovo la prima religione del mondo. Infatti, se si considerano gli Induisti, gli Scintoisti, i Taoisti, gli animisti e gli adepti - sempre più numerosi - dei culti precristiani d’Europa o delle Americhe (si pensi alla spettacolare rifioritura dello sciamanesimo nell’ex-URSS), dei culti preislamici (Zoroastriani delle regioni turcofone) e persino pregiudaici (penso in particolare ad un gruppo di Ebrei americani che desidera ritornare ai culti politeisti degli Ebrei), si rischia davvero di arrivare a un totale approssimativo di millecinquecento milioni di persone. Il che ne fa, o ne farà presto, il primo gruppo religioso del pianeta. Due potenze nucleari, l’India e la Cina, sono politeiste - una sotto orpelli modernisti, l’altra sotto orpelli marxisti. In piena Pechino si costruiscono templi taoisti, e l’Induismo è divenuto offensivo, dal momento che missioni indù s’installano ai quattro angoli del mondo.
Per concludere questa breve illustrazione della reale importanza e del carattere non aneddotico del Paganesimo moderno, ricordiamo che il Paganesimo è religione ufficiale dell’Islanda dal 1973, che esso è in parte riconosciuto in Gran Bretagna (ospedali, prigioni eccetera) e negli Stati baltici. In Russia, correnti pagane si sviluppano a velocità vertiginosa, nel bene e nel male, visto e considerato il disastro sociale di questo Paese. Interessarsi al Paganesimo mi sembra dunque pertinente.
Quello che più spesso si rimprovera ai Pagani, antichi e moderni, è il passatismo. E lo stesso rimprovero che veniva mosso dai marxisti a quei poveri pazzi che non consideravano Marx e Lenin come gli orizzonti insuperabili del pensiero. Questo rimprovero - di non essere “nel senso della storia - è del tutto insensato, dal momento che il Paganesimo non ha una visione lineare del tempo, un tempo visto come avanzata costante verso il Progresso (la Parusìa) a partire da un momento ben definito (la nascita del Cristo etc.). Questa concezione segmentata e lineare del tempo c’è estranea.
Noi Pagani concepiamo il tempo come ciclico, proprio come i cicli cosmici (quello solare, per esempio, con equinozi e solstizi). In realtà il Paganesimo è una religione dell’anno, e dunque della verità. Il tempo dei Pagani è quello dell’Eterno Ritorno, simile alla grande Ruota che gira e gira senza posa.
Noi non crediamo né alla creazione né alla fine del mondo. Per noi, non ci sarà apocalisse, bensì innumerevoli fini di cicli, eternamente ricominciati. Una successione senza inizio né fine di nascite, crescite e declini, di crepuscoli seguiti da rinnovamenti, di cataclismi seguiti da rinascite, in seno a un Ordine (in greco: kosmos) intemporale, in cui uomini e Dei, mortali e Immortali, hanno il loro posto e la loro funzione.
Il mito del Progresso non ci appartiene. Noi non crediamo al senso della storia (concetto totalitario, a mio avviso), alla “fine” del Paganesimo, alla “morte” degli Dèi. Di conseguenza, il rimprovero di adorare divinità morte ci lascia indifferenti.
I nostri Dei, le nostre Dee non sono morti, per la semplice ragione che non sono mai nati. Apollo e Dioniso, Cernunno ed Epona, Mithra e Perkunas sono eternamente presenti al nostro fianco. Citiamo Eraclito (framm. 30): “Il mondo di fronte a noi - il medesimo per tutti - non lo fece nessuno degli Dèi né degli uomini, ma fu sempre, ed è, e sarà, fuoco vivente, che divampa secondo misure e si estingue secondo misure”. Questo breve frammento vecchio di venticinque secoli traduce le linee di fondo del pensiero pagano: eternità del mondo, ciclicità del tempo, comunità dei mortali e degli Immortali…
Se il tempo è lineare, come vorrebbero le teologie giudeo-cristiana e razionalista, il Paganesimo è impensabile, perché “morto”, e scandaloso, perché si muove in direzione contraria al sacrosanto senso della storia.
Ma se, come tutti noi avvertiamo, il tempo è ciclico, la prospettiva muta radicalmente. Il Paganesimo non è mai potuto morire: perché, a immagine e somiglianza delle innumerevoli divinità che popolano i suoi innumerevoli pantheon, esso non è mai nato. Se le sue forme antiche (liturgie, templi…) hanno ceduto il passo ad altre che pure vi si sono largamente ispirate, tuttavia restano gli archetipi, che sono essi stessi eterni. Un bell’esempio è quello del Cattolicesimo medioevale, rimasto molto pagano: è quello che personalmente chiamerei il Pagano-Cristianesimo (fuochi di san Giovanni, e tutta la mitologia cristiana).
Per meglio comprendere questa visione pagana del mondo, è indispensabile superare i blocchi mentali - i famosi “ostacoli epistemologici” di Bachelard - indotti dal modo di pensare giudeo-cristiano. Marcel Détienne (uno dei maggiori ellenisti contemporanei), puntualizza nella sua illuminante prefazione al bel libro del professor W.F. Otto dedicato agli Dei della Grecia: “Dietro il falso sapere dell’intellettuale e dell’universitario, spunta il grande avversario (…): il cristianesimo, che fa da schermo fra gli Dei greci e noi, e che ci ha imposto in maniera insidiosa un certo modo di pensare la religione. Dapprima inoculandoci il virus dell’interiorità: in base al quale la religione è inseparabile da una relazione personale col Dio, che l’unico contatto possibile con la divinità deve avvenire attraverso un soggetto individuale - un Io che apprenderebbe il sacro grazie a una sorta di protesi dell’anima, l’anima inquieta e pavida delle civiltà malate. Altro male, non meno virulento: che il sentimento religioso nascerebbe da un bisogno di salvezza che va di pari passo con la trascendenza: che la finalità degli Dèi consiste nel liberare gli uomini da questo mondo, nel farli salire accanto a sé, nello strapparli a una natura dalla quale sono essi stessi totalmente disgiunti. Con la sua angoscia di salvezza, Le sue gioie segrete di anima peccatrice, il cristianesimo è soprattutto un ostacolo epistemologico: una malattia, uno stato di languore al quale bisogna strapparsi e dal quale bisogna guarire se si vuole riscoprire la figura autentica degli Dei della Grecia”.
La citazione è lunga, ma notevole come perfetto esempio di teologia negativa del Paganesimo. Marcel Detienne ha colto benissimo le differenze fondamentali tra Paganesimo e rivelazioni abramiche. Qualcuno potrebbe obiettare che, nell’Antichità, esisterono delle correnti, minoritarie ma privilegiate dalla ricerca moderna, come l’Orfismo o i Misteri, che conoscono questa ricerca di salvezza personale. Semplicemente, noi non ci abbeveriamo a questa fonte, alla quale preferiamo la religione civile arcaica.

Un altro ellenista, Jean-Pierre Vernant, professore al Collegio di Francia, si è già posto la questione di sapere in quale modo noi potremmo vedere la Luna, Selene, con gli occhi di un Greco, cioè di un Pagano: “Ho potuto provarci in gioventù, durante il mio primo viaggio in Grecia. Navigavo di notte, d’isola in isola; sdraiato sul ponte guardavo, sopra di me, il cielo in cui brillava la luna, luminoso volto notturno, che diffondeva il suo riverbero chiaro, immobile o danzante, sulla cupa distesa del mare. Ero ammirato, affascinato da quel chiarore dolce e strano che bagnava le onde addormentate; ero commosso come davanti ad una presenza femminile, vicinissima e remota ad un tempo, familiare e tuttavia inaccessibile, il cui splendore fosse venuto a visitare l’oscurità della notte. Ecco Selene, mi dicevo, notturna, misteriosa e brillante - è Selene che io vedo”.
Il professor Vernant ha ragione, in questa poetica rievocazione della sua gioventù, a parlare di “visione”. Il Paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dèi, una parte integrante. Per meglio assimilare questa visione pagana, questo sguardo pagano, dobbiamo liberarci dal modello del “credente” delle religioni abramiche. Questo termine è realmente privo di senso per un Pagano: egli non crede, aderisce. Allo stesso modo, egli non si converte ad un’altra religione, che sarebbe l’unica vera (e che negherebbe ipso facto tutte le altre perché false, barbare o rozze). Semplicemente, il Pagano ridiviene quello che è sempre stato, perché l’anima è naturalmente pagana. Anima naturaliter pagana.
Liberarsi, dicevo, dal modello del credente. Uno che crede di potersi assicurare la salvezza individuale ed eterna quaggiù e nell’aldilà, in seno ad una Chiesa che, di fronte agli “infedeli” e ad altri eretici, deterrebbe essa sola il monopolio del Vero e del Bene, e che sarebbe l’unica abilitata a conferire al credente i sacramenti che fanno di lui un “fedele” in opposizione agli infedeli”, gli altri.
La nostra visione non è dualista, e noi respingiamo come prive di senso le opposizioni artificiali fra Dio creatore e creature, cielo e terra, anima e corpo, credenti e non credenti, ortodossi ed eretici etc. Il Paganesimo è olistico, non dualista, e il nostro cammino è soprattutto ricerca di legami più che di rotture. Ancora una volta, noi non neghiamo l’esistenza, nel Paganesimo antico, di correnti dualiste, alle quali però non facciamo riferimento.
Gli Dei e le Dee del Paganesimo non sono né unici né onniscienti. Essi non hanno creato questo mondo, ma sono nati in esso e attraverso esso. A mano a mano che l’universo, ciclo dopo ciclo, si organizzava a partire da entità primordiali (Urano e Gaia, per esempio), essi sono scaturiti per generazioni successive. I nostri Dei non sono persone, con le quali stabilire relazioni personali, ma Potenze. Essi incarnano la pienezza dei valori positivi: bellezza, splendore, forza, giovinezza…
Nel Paganesimo, esiste una comunità d’uomini e Dei, di mortali e Immortali. Nel Simposio Platone parla appunto di “comunanza reciproca d’uomini e Dei”. Nel Gorgia, egli precisa: “i dotti affermano che il cielo e la terra, gli Dei e gli uomini sono legati insieme dall’amicizia, il rispetto dell’ordine, la moderazione e la giustizia, e per questa ragione essi chiamano mondo l’insieme delle cose e non disordine e sregolatezza”. Molti secoli più tardi, Heidegger dirà: “La terra e il cielo, gli esseri divini e quelli mortali formano un tutto unico”.
Gli Dèi non sono dunque creatori del mondo ex nihilo: come creare qualcosa a partire dal nulla? Essi sono emanazioni del mondo, nel quale si manifestano. Questo concetto di manifestazione è fondamentale nella nostra religione naturale, e si oppone a quello di rivelazione, che per definizione è soprannaturale. Allo stesso modo, noi ignoriamo dogmi e profeti, papi e curati, ortodossi ed eretici, sette e guru.
Il Pagano è nel mondo, che si sforza, in tutta umiltà, di decifrare per meglio cogliere le innumerevoli manifestazioni del divino. E’ Schiller, mi pare ne “Gli Dei della Grecia”, che diceva: “agli sguardi iniziati, ogni cosa indica la traccia di un. Dio” - ancora questa idea dello sguardo!
Il Paganesimo non lascia mai che l’uomo si ripieghi su se stesso, sotto il peso del peccato originale. Al contrario, essere pagano consiste precisamente nell’aprirsi all’esperienza del mondo. Vorrei soffermarmi per un momento sull’importanza dello sguardo, che i Greci chiamavano theorìa, osservazione delle manifestazioni del divino. Essa ci riporta all’antica concezione dell’èn tò pàn, che si ritrova sia presso i Presocratici che nelle Upanishad: la dottrina non dualista dell’unità. In questa visione, il mondo non è visto come intimamente malvagio (”Il quaggiù”, termine quasi peggiorativo in francese), incline al peccato, valle di lacrime da attraversare in tutta fretta prima di potere accedere ad un qualche ipotetico “retromondo”. Non bisogna fuggire il mondo, ma affrontarlo, senza Illusioni né speranze di salvezza.

C’è dunque una reale accettazione del mondo, con tutte le sue infinite imperfezioni, ma considerato pur sempre come manifestazione del genio divino. La sua contemplazione attiva non può che rafforzare il nostro sentimento d’identità col grande Tutto. Queste concezioni intimamente pagane sono sopravvissute in seno alla cristianità europea. Le si ritrova, soffocate, in Scoto Eriugena, Meister Eckhart, Nicola Cusano… Il dogma cristiano del Dio creatore esterno al mondo, sua creazione, è sempre stato contestato. E la famosa tentazione panteista, tanto vilipesa dai teologi ufficiali, gelosi custodi del Vero.
Già Cicerone, nel De divinatione, precisa: “tutto è pieno di spirito divino e di senso eterno, di conseguenza le anime degli uomini sono mosse dalla loro comunità d’essenza con le anime degli Dei”. Ricordate la citazione di Platone, poco più sopra? Ippocrate diceva, secoli prima di Cicerone: “pànta thèia kàt anthròpina” [ le cose sono divine e umane al tempo stesso - N.d.T.]. C’è del divino nel mondano e del mondano nel divino…
Ho citato prima W.F. Otto, professore all’Università di Tubinga, oppositore del nazionalsocialismo e seguace di Zeus Olimpio. Nel suo notevole saggio sugli Dei della Grecia, dice: “Non è a partire da un aldilà che la divinità opera nel foro interiore dell’uomo, o nella sua anima, misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt’uno col mondo. Essa si para dinanzi all’uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L’uomo fa l’esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un movimento verso l’esterno”.
Il Paganesimo ignora dogmi e catechismi. Nessun libro sacro ci prescrive in modo autoritario quello che dovremmo “credere”. La nostra libertà di pensiero resta intatta. Soltanto, il nostro compito consiste nell’onorare Dei e Dee per mezzo di riti, giacché il Paganesimo è una religione d’opere più che di fede. Si tratta, è vero, di una religione vissuta nei gesti: il saluto al Sole e alla Luna, i solstizi e gli equinozi, l’offerta di un grano d’incenso o di qualche fiore…
Si pensi con attenzione quanto ci sia di degenerativo nelle accezioni moderne di: “fato”, “fatale” e “fatalismo”. Anteponiamo quindi l’antica concezione di tali parole: il “fato” è la «legge dello sviluppo del mondo», una legge «piena di senso e come procedente da una volontà intelligente, soprattutto da quella delle potenze olimpiche» (e non cieca, irrazionale e automatica come nel senso moderno). Il fatum romano rimanda al rta indoeuropeo, alla concezione del mondo come cosmos e ordine, e a quella della storia come sviluppo di cause ed eventi, i quali riflettono significati superiori. Proprio a tutto ciò si rivolgeva il significato di fatum. L’espressione deriva dal verbo fari (da cui discende anche fas, il diritto come legge divina), ed allude pertanto alla «parola». La parola «rivelata», quella della divinità olimpica che fa conoscere la giusta norma - fas - e allo stesso tempo annuncia ciò che sta per avvenire. L’idea di fatum non annullava per questo la libertà umana: il pagano si cura pertanto di formare la sua azione e la sua vita in modo che esse continuassero l’ordine generale, ne fossero in un certo senso il prolungamento ed uno sviluppo ulteriore. Egli pertanto cercava, e cerca di presentire la direzione delle forze divine nella storia, così da potervi connettere in modo opportuno l’azione, da armonizzarla con essa, rendendola massimamente efficace e carica di significato. Ciò consegna alla magia del rito un’importanza molto rilevante: le peggiori sciagure per il pagano nascono dall’aver trascurato gli auspici, dall’aver agito disordinatamente e arbitrariamente, rompendo i contatti con il mondo superiore, il mondo dell’invisibile.
Gli Dèi sono Potenze, mai particolari in sé - si tratta sempre dell’Essere del mondo tutto intero, nella manifestazione che gli è propria. Noi Pagani non ci attendiamo alcun soccorso, alcuna salvezza dai nostri Dèi. La loro sola esistenza, la sola presenza di queste entità inaccessibili e tuttavia familiari basta a riempirci di gioia, a consolarci dei soprusi dell’esistenza. Se noi non ci aspettiamo nulla dai nostri Dèi, anch’essi dal canto loro sono indifferenti alla nostra sorte, ed è giusto così. La morale della retribuzione ci è dunque estranea. Venticinque secoli fa - ieri - Euripide ha espresso perfettamente questo modo di sentire nella sua tragedia Ippolito. Ecco il dialogo che si svolge fra Artemide e il protagonista al momento della sua morte:
” - Artemide: Addio, non mi è permesso di vedere i morti, né di lasciare che il mio sguardo sta offuscato dall’ultimo respiro di un moribondo. E già ti vedo vicino a questo passo doloroso.
- Ippolito - Vai pure. E addio dunque, te felice! Possa tu rompere senza soffrire una lunga amicizia”.Superbo esempio di superiorità e di distanza, agli antipodi d’ogni sentimentalismo. E qui, indubbiamente, il grande merito di questa filosofia, di questo atteggiamento: mai esitare a dire le cose come stanno, senza abbellirle né lamentarsi, senza lusingarsi, senza nascondere nulla e senza cercare la minima illusione consolatrice.

Ed eccoci ad un elemento centrale nella concezione pagana del mondo: il Senso del Tragico. Gli Dei non sono onnipotenti, per quanto siano simboli di pienezza. Essi non possono tutto, perché la loro potenza è limitata dal Destino - Virgilio lo chiamava “inexorabile Fatum”. Esiste dunque un limite impossibile da superare. Presso i Greci sono le Moire, presso i Romani le Parche, presso gli Scandinavi, le Nome - che filano il destino proprio a ciascuno. Queste potenze impersonali e inflessibili sono l’Ordine inviolabile del mondo. Esse sono al di sopra degli Dei, come ricorda Omero: “nemmeno gli Dei, dice Atena, possono allontanare la morte dall’uomo che prediligono quando la fatale Moira colpisce”.
Il senso del Tragico consiste appunto nell’accettazione del Destino: amor Fati. Esso è, del pari, coscienza acuta dei propri limiti e lucido rifiuto di ogni consolazione, considerata cosa indegna di un uomo libero. Un bell’esempio di personaggio tragico è presentato da Jacqueline de Romily nel suo ultimo libro dedicato all’eroe omerico Ettore.
Gli Dei del Politeismo contemporaneo non concedono alcuna ricompensa. E la nostra etica dell’onore che ci comanda di trasmettere un nome senza macchia, di essere fedeli alla parola data e di rispettare i contratti. Il Mithra degli Indo-Iraniani è proprio il Dio amico, quello del contratto. Il Paganesimo è una religione non del peccato, ma dell’errore. L’errore supremo è quello che i Greci, nostri maestri, chiamavano hybris: la mancanza di moderazione, dettata dall’orgoglio, che spinge l’uomo accecato a scagliarsi contro l’ordine cosmico. Il più terribile esempio di hybris contemporanea è dato dai totalitarismi moderni, i quali, a furia di voler “cambiare l’uomo” in realtà lo avviliscono.
Il Paganesimo non postula alcun riscatto. Si tratta, è vero, di una religiosità di questo mondo, una religiosità dell’immanenza: il mondo è sacralizzato. La cosa sembrerà strana per quanti continuano a credere che la sola vera religione sia quella dell’aldilà. Ma essere Pagano oggi vuol dire anche liberarsi da questo genere di cascami. Il Paganesimo non è una religione del terrore, del disprezzo di sé, bensì della piena salute, fisica e psichica: mens sana in corpore sano, diceva Giovenale ( Satire, X, 356).
Inoltre il Paganesimo si caratterizza, idealmente parlando, per il suo gusto dell’equilibrio. Sono ancora una volta i Greci a tracciare per noi la via da seguire, col concetto delfìco di Méden Agan, (nulla di troppo), illustrato dall’eccezionale senso delle proporzioni dell’arte ellenica.
Il Paganesimo non è una religione di salvezza (anche se certi culti misterici che assicurano la salvezza agli adepti vi trovano un posto): si tratta invece di una religione terrena, mirante ad assicurare la pienezza ottimale in questo mondo, hic et nunc. Vi si cercherà invano la minima ossessione dell’aldilà. La morte non vi è considerata come elemento centrale (col corollario di un moralismo soffocante, e l’ipocrisia che ne scaturisce). La morte è una tappa nel processo eterno di trasmissione: come diceva Nietzsche - il filosofo col martello - “la Ruota gira” e la danza degli elementi continua, senza inizio né fine. Alla domanda angosciosa “che c’è dopo la morte?”, noi aggiungeremo l’altra - “e prima della nascita?”. Per noi, i cicli sono cominciati ben prima della nostra nascita e continueranno ancora per molto dopo la nostra scomparsa, a maggior gloria degli Dei. Taliesin, poeta gallese del Medio Evo, ha ben illustrato quest’intuizione:
 

Sono stato rivestito di un’altra forma
Sono stato salmone azzurro
Sono stato cane. Sono stato cervo
Sono stato daino sulla montagna
Sono stato palo. Sono stato vanga
Sono stato scure salda in mano
Sono stato gallo variopinto
Signore di galline schiamazzanti
Sono stato stallone nella scuderia
Sono stato toro nella fattoria
Sono stato setaccio del mugnaio
Aia del coltivatore
Sono stato seme nel solco
Sono cresciuto sulla collina
Chi mi aveva seminato mi ha raccolto
 

Questo bel testo è più che sufficiente per concludere questa rapida presentazione del Paganesimo. Ho voluto citare qui tutta una serie di testi - da Eraclito a Vernant, da Cicerone a Romilly, non per pedanteria ma per meglio mostrare che io sono soltanto una maglia di una catena plurimillenaria. In realtà, io mi considero “parlato” da queste testimonianze di una fede secolare, angariata, perseguitata, soffocata - ma sempre rinascente e indomita.

 

IDEE E ORIENTAMENTI PER LO SVILUPPO DEL PROGETTO

MADRE TERRA

 

LO SVILUPPO SOCIALE  ECONOMICO E POLITICO

IN SICILIA PARTE DALLA DIFESA E DALLA RINASCITA

DELL' ECOSISTEMA

Siamo nati in una isola,  in una terra, che molti ci invidiano per il suo clima e per le sue bellezze naturali, una perla al centro del mare nostrum che solo la nostra avidità sta trasformando lentamente in un desolante scenario del degrado sia ambientale sia socio-culturale. Un binomio quello dell'ambiente e delle condizioni sociali che solo i più stupidi possono ignorare, un binomio su cui si sta giocando il nostro presente e futuro, due punti fermi da cui intendiamo ripartire per ridare speranza a questa terra. La difesa della natura, della sua fauna e dell'eco-sistema in generale sviluppano un ambiente che  nella sua complessità oltre che preservare creano attrazione, interesse,che si possono facilmente trasformare in fonte di reddito e quindi anche in forza lavoro, turismo alberghiero, agriturismo, agricoltura biologica, ricerca e sviluppo del settore alimentare con una garanzia di prodotti sani e geneticamente non modificati. Creando un modello di sviluppo alternativo a quello della grande industria occidentale, un modello di sviluppo a misura di uomo legato alle effettive risorse del territorio, un modo di vedere l'economia non più come un meccanismo senza anima, ma  come un qualcosa che deve ripartire  proprio dal sentire interiore degli uomini legati con l'ambiente che li circonda, avendo il rispetto reciproco verso la madre terra che ci sfama ma che se non curata ci lascia al nostro destino di piccoli esseri senza più radici. Il PROGETTO MADRE TERRA  è senza dubbio un progetto ambizioso, che implica degli sforzi sicuramente in tutte le direzioni; occorrerebbe una grande campagna di mobilitazione civica, già nei luoghi formativi dell'infanzia della nostra popolazione, scuole elementari e medie, con corsi di sensibilizzazione sull'argomento, obbligatori, su tutti i posti di lavoro degli enti statali. Poi, rafforzare l' insegnamento di almeno due lingue europee come l' inglese e il tedesco in una fase post-scolare per preparare i piccoli imprenditori locali ad accogliere agevolmente il turismo da questi paesi. Ancora. occorre dinamicizzare la nostra gente, incentivare le loro iniziative e renderle efficaci contro i mostri della globalizzazione alimentare, offrendo maggiori garanzie dalla legislazione e dai regolamenti vigenti nell’interesse esclusivo dell’economia della piccola comunità. Un cammino arduo che la nostra comunità ha intrapreso con l' entusiasmo giusto che contraddistingue le grandi iniziative che segnano la storia degli uomini, idee e orientamenti che strada facendo arricchiremo di contenuti e dettagli, il solco è segnato.......

Piero Sciacca

  

LOTTIAMO PER MANTENERE VIVE E SALDE LE RADICI DELLA NOSTRA TERRA

 

Oltre la "Nuova Destra" oltre i nazionalismi ottocenteschi

PAN-EUROPEISMO

Quando ci si improvvisa ‘alternativi’ e si scopiazza solo di qua e di la in rete ripescando vecchi scritti di ALAIN DE BENOIST  senza neanche scrivere uno straccio di commento introduttivo, oltre che essere poco seri e credibili, si rischia di uscire ben al di fuori dal contesto reale che si pretenderebbe di analizzare; questo  è quello che succede ad alcuni  'giovani arditi' dell' area ‘‘antagonista’‘;
in questi giorni da qualche parte ci è capitato  infatti di leggere in rete  un articolo di ALAIN DE BENOIST di critica al ‘‘neo-paganesimo’‘, che riduce  gli antichi culti solari europei unicamente a delle testimonianze del passato da rispettare ma comunque, secondo Benoist,  di un passato ormai senza anima, cosa che suscita in noi  non poche perplessità. Innanzitutto bisogna capire in quale contesto agisce e pensa l'autore di tali considerazioni, perché pur essendo l' ideatore di quella che sarà definita la ‘‘nuova destra’’, egli vive completamente all' oscuro di quello che di li a pochi anni si svilupperà nell'est  europeo  dopo la caduta della Unione Sovietica; ovvero l' aprirsi di un mondo a noi fino ad allora sconosciuto,  che farà emergere quasi per incanto una realtà impensabile, quasi ibernata, degli usi e costumi delle genti slave che paradossalmente il comunismo imperiale sovietico ha preservato dagli scempi della modernità del villaggio globale. Una  realtà che smentisce di fatto le affermazioni di Benoist, poiché suo malgrado, risulta essere vincolato dal suo contesto ‘‘occidentalistico’‘.  I culti per gli  antichi Dei in quelle terre dell' est europeo infatti sono  tutt' altro che folklore...ma viva realtà. Se poi aggiungiamo il fatto che gran parte della cultura europea occidentale della destra radicale francese tedesca ed italiana è cresciuta per varie ragioni storiche con l' odio  verso i popoli slavi, da Evola(che ad  eccezione di ciò comunque merita tutta la nostra stima) ad altri  illustri personaggi, si capiranno i motivi perché l' est si cominci a scoprire solo adesso, in pochi sanno per esempio che non tutto l' est è slavo; lituani e lettoni per esempio sono BALTICI, gruppo etnico differente per lingua e costumi dai popoli slavi; inoltre i lituani come abbiamo  già spiegato sulla sez. dedicata alle religioni etniche europee, non hanno interrotto i loro antichi culti pre-cristiani, e hanno combattuto il comunismo praticamente soli fino ai primi anni 50, con un gruppo di patrioti denominati i ‘‘ fratelli della foresta ’’‘ che facendo affidamento alle loro foreste ancora non del tutto conosciute scatenavano continue azioni di guerriglia contro gli invasori bolscevichi.  Ma nello stesso periodo anche in Lettonia Estonia ed Ucraina avveniva la medesima  cosa con gruppi di patrioti che del tutto ignorati dall'occidente combattevano  il comunismo nei luoghi sacri dei lori avi, tra le foreste e i sacri fuochi. Le foreste lituane sono piene di sculture  in legno raffigurante gli esseri, gli spiriti, le divinità del mondo baltico. Dalla Polonia alla Russia abbiamo  oggi i culti slavi solari che sono letteralmente esplosi ; in alcune zone della Russia uralica, la chiesa ortodossa ha  cominciato ad accorgersi di ciò che sta avvenendo nelle campagne, dove si celebrano con più vigore e clamore i culti a Perun, Dio del fuoco, del tuono, una delle massime divinità della mitologia slava, ma presente anche tra lituani e lettoni, conosciuto sotto il nome di Perkunas in Lituania, Dio del tuono che già per la  fonetica del suo nome riconduce facilmente alle  comuni radici linguistiche e culturali degli europei, Perkunas come l'italiano PERK-USSIONE, PERK-UOTERE, appunto Dio del tuono. Non ci occorre dunque nessuna ‘‘Nuova Destra’‘ ma ciò che da sempre è stato alla ‘‘Destra’‘ del Padre, alle sue Radi-ci, una Destra Radi-cale, Destra come Diritto. Non a caso in tedesco la parola Recht ha due significati quello di ‘‘Destro’‘ e di ‘‘Diritto’‘ in senso di legge,  in opposizione a tutto ciò che è ‘‘Sinistro’‘ ‘‘Sinistrato’‘ deviato dalla ’‘Diritta’‘ via. Ricordando il testo di uno  splendido vecchio pezzo di rock identitario e anticomunista, <<il nostro è un sogno che viene da lontano ma noi guardiamo al futuro >>  possiamo quindi affermare che noi siamo rivoluzionari nel vero significato della parola,  intendendo la ri-voluzione come un re-volvere, re-volver, cioè  un ritorno, un ri-voluzionarsi ,  ri-volgersi    verso un punto sacro di origine. Un ritorno che però non è statico ma che nel suo movimento coglie l' essenza, la vitalità della vita, legandoci tutto uno con il mondo esterno, facendo scorrere in noi, nelle nostre vene, la vitalità della pioggia, l' acqua, il sole, la terra, l' aria, in un tradizionalismo che è dunque tutt’ altro che  un cristallizzarsi, piuttosto fulmini e tempesta. Un tradizionalismo che cattura tutte le nuove dinamicità dell'esistenza, che le fa proprie e funzionali al suo percorso, senza però dimenticare,  la sua meta. In questa prospettiva abbiamo la grande Europa di Jean Thiriart, che sintetizza il concetto dell' unità su base identitaria  e tradizionale-imperiale-organica degli europei con l'attuale scenario geo-politico. Un concetto che supera    i    vecchi nazionalismi ,    andando        oltre    il      pangermanesimo, da non confondersi neanche con l' idea di EURASIA , poiché ancora legata ed ispirata dai vecchi concetti del ‘‘Panslavismo’‘ ove più che una Europa unita ,si propugna una Russia come modello a se stante incontro tra la cultura slava e nord-asiatica. Senza tenere conto che esistono    all' interno del mondo slavo comunque due concetti di ‘‘Panslavismo’‘ che sono :    il grande Panslavismo che è il più conosciuto che fa capo alla grande Russia, ed il piccolo Panslavismo  anti-russo legato agli slavi occidentali, che nella Polonia  insieme alla Lituania hanno visto storicamente le loro forze accentratrici, ovvero la Rzeczpospolita  << bene comune >> l' unione tra le  culture dei due paesi. Un Panslavismo  ‘‘minore’‘ che  in un certo momento della storia europea estese il suo potere fino alla Ucraina e quindi fino al mar nero, minore si fa per dire....  Scavando nella storia si possono capire dunque anche certe recenti scelte      geo-politiche di paesi come la Polonia e le repubbliche baltiche che hanno aderito alla Nato, lasciando impiantare sul proprio territorio un armamentario  militare di fatto rivolto contro i cugini russi. IL nostro quindi è realmente un progetto ri-voluzionario che unisce, e non divide, le forze  di tutti i popoli della medesima civiltà, stirpe, in una unica grande nazione-impero; poiché la Romanità, la Hispanidad. iL Pangermanesimo, iL Panslavismo, l' idea Euroasiatica, sono le grandi forze che la nostra grande civiltà, la nostra stirpe, ha portato alla luce nel mondo, divenendo la vera LUCE DEL MONDO; una luce di una grande civiltà che se messa in pericolo può determinare l'avvento su scala mondiale di una era oscura in balia al caos al nulla, come direbbero alcuni nostri amici tedeschi ‘‘ wir kampfen gegen die kaoten’‘, ‘‘noi combattiamo i caotici ‘‘. In sintesi Una Europa forte unita nelle sue radici, nella sua identità, nella sua stirpe e la vera garanzia di giustizia per l' umanità intera. Un Impero di luce di 500 milioni di uomini!!!!
                         

LE NOSTRE RADICI NELLA LOTTA IDENTITARIA EUROPEA

Piero Sciacca

 

.Il federalismo etnico di Saint-Loup

“La gioventù francese che ieri viveva nelle tenebre, a cui mancava un ideale, che aveva perso la fede nei destini della patria, sarà abbagliata domani dal compito che l’attende: rifare l’Europa…” (1).
Per la destra, per lo meno quella che non lo disprezza, Marc Augier detto Saint-Loup è il romanziere della civiltà minacciata e dell’Europa delle patrie carnali… Due temi che sono punto di riferimento dopo Solstice en Laponie, pubblicato nel 1939, dove l’autore espone già il suo timore per l’evangelizzazione e la colonizzazione delle popolazioni lapponi da parte dei mercanti della morale. Riflessione che prosegue sotto l’occupazione, soprattutto negli articoli sui Baschi ed i Bretoni dove Saint-Loup pone i primi fondamenti del “federalismo etnico” quale principio su cui vuole organizzare l’Europa (2). Sia detto tra parentesi, la difesa dei popoli minacciati non si limita nel suo spirito al solo territorio europeo giacché egli affermava nel 1941, in un articolo sull’avvenire dell’Impero francese: “Il nostro dovere in Africa è quello di ristabilire nel quadro storico e razziale una grande civilizzazione araba ed una grande civilizzazione nera (3)”.
Ed è sempre per l’Europa delle etnie che Saint-Loup ha seguito la fede gammata ed è andato a combattere sul Fronte dell’Est nel 1942. Egli era in effetti persuaso fin dal 1941 che la Germania preparasse una pace fondata su un federalismo etnico europeo. A questa convinzione si aggiunge ancora l'idea, diffusa precedentemente negli ambienti tedeschi
rivoluzionari conservatori, che il futuro dell'Europa si trovi ad Est, in una Russia battuta dove si potranno attingere nuove forze: economiche, razziali, spirituali.
Dopo la sconfitta è difficile per molti comprendere come Saint-Loup abbia potuto interpretare – benché non sia stato il solo – il pangermanismo hitleriano come un tentativo di unione dell’Europa sulla base delle etnie che la compongono. Otto Strasser che manifestava negli anni trenta la medesima volontà, l’intenzione di riorganizzare l’Europa su basi etnico-linguistiche, entrerà presto in conflitto con i seguaci ortodossi di Hitler. Probabilmente questo atteggiamento era dovuto all’anticomunismo fanatico che Saint-Loup aveva sviluppato a causa del suo contatto con i militanti di sinistra nel periodo tra le due guerre mondiali (4). L’esperienza del fronte russo segna però un radicale cambiamento nell’atteggiamento di Marc Augier, che non si fa più illusioni sulle intenzioni tedesche. Questa tendenza è manifestata in alcuni articoli su “Combattant Européen” che oscillano tra la fedeltà completa ed una certa presa di distanza dalle posizioni ideologiche tedesche. Così scriveva a qualche mese di distanza “Hitler non è che un uomo (5)” mostrando così il suo rifiuto verso un’Europa a dominazione tedesca: “Non si tratta di fonderci in una specie di europeo. Non vogliamo essere germanofili o russofili. Vogliamo rimanere noi stessi, con la nostra eredità nazionale, pur adottando uno stile di vita moderno. E vogliamo arricchire questo stile con il genio francese che non è un mito (6)”.
La contraddizione apparente di questi due propositi deve essere compresa con lo iato tra un giuramento di fedeltà incondizionata e il pensiero proprio di Marc Augier. Questa confusione tra l’aspetto sentimentale e quello dottrinario che ha potuto, dopo il 1945, far passare Saint-Loup come un settario del Nazionalsocialismo proprio quando egli considerava lo stato nazione come un principio politico storicamente superato. Non è tuttavia errato osservare che questa contraddizione rimane in Saint-Loup per quelli che dopo la guerra hanno voluto far coincidere la sua esperienza nelle Waffen SS con la sua concezione del mondo. Nelle opere Götterdämmerung, Les Volontaires e Les Hérétiques, Saint-Loup, manifesta un viscerale attaccamento ai suoi camerati lasciando libero corso ai suoi fantasmi e concepisce l’esistenza di una frazione oppositrice federalista che avrebbe tentato di affermarsi all’interno del regime nazionalsocialista.
Saint-Loup non ha mai deposto l’uniforme. Rifare l’Europa! Ma perché l’Europa delle etnie, delle patrie carnali? Perché nello spirito di Saint-Loup questa è la forma politica che più ha la forza di resistere alle ideologie massificanti - liberalismo, cristianesimo, comunismo - nascoste sotto la maschera dell’universalismo e dell’internazionalismo. Perché gli stati nazione hanno confini ideologici. Perché la patria carnale, terra dei padri, risponde ad una aspirazione di identità naturale. “L’Europa deve dunque essere riconsiderata a partire dalla nozione biologicamente fondata del sangue (…) e degli imperativi tellurici (…). Non può esistere che come somma di piccole patrie carnali nutrite di questa doppia forza. Infatti più lo spazio unificato si estende, più la realtà razziale si diluisce per mescolamento e più il territorio sfugge alla proprietà del singolo a profitto della massa (7)”. Saint-Loup fa della razza il motore della storia di un popolo e dell’ibridazione la principale minaccia che grava su una civiltà. Poiché l’omogeneità razziale è un elemento di stabilità.
La dottrina di Saint-Loup non si manifesta dunque sotto la forma di un nazionalismo aggressivo ma si avvicina maggiormente ad un differenzialismo etnico. In altre parole solo colui che ama e vuole difendere il suo popolo è capace di amare ed apprezzare i popoli stranieri. L’affermazione del diritto alla differenza si sostituisce all’imperialismo e Saint-Loup può stigmatizzare l’universalismo come ideologia razzista. E’ proprio quello che si vede in
La Nuit commence au Cap Horn, eccellente libro con i caratteri dell’affresco epico: gli indiani della terra del fuoco sono vittime di un pericoloso progetto di un pastore evangelico pieno di buone intenzioni ma incapace di concepire un modo d’esistere diverso dal suo. Un popolo soccombe al colonialismo cristiano perché il cristianesimo è inadatto all’ambiente in cui questo popolo evolve. La morte di una civiltà attraverso l’arrivo di missionari, funzionari, commercianti. Questa tematica è anche quella di La peau de l'aurochs (8) pubblicato per la prima volta nel 1954 e finalmente ristampato. Anche in questo libro una civiltà è minacciata di scomparire; un'invasione dittatoriale, la conquista della meccanizzazione che si sostituisce poco a poco alla tradizione rurale e cattolica locale.
Nelle opere di Saint-Loup la patria carnale appare allo stesso tempo come un'alternativa politica, sociale e
religiosa. Politica inizialmente, poiché rappresenta un rifugio contro l'imperialismo. Sociale in seguito, poiché mira a rafforzare il senso della comunità, che è istinto puramente etnico. Si basa su ciò che Saint-Loup chiama "socialismo dell'azione" che è destinato a diventare la pietra angolare della nuova Europa e che si definisce come un socialismo radicato, un atteggiamento del cuore, della volontà, di opposizione alla logica astratta del marxismo-leninismo. La patria carnale è infine un’alternativa religiosa che ci permette di ricollegarci alle nostre radici pagane. Ad una concezione eroica della vita che il giudeo-cristianesimo, religione salvifica, ha soffocato. La patria carnale deve concepirsi in un certo senso come un ritorno alle fonti spirituali e sensoriali dell’uomo. “Si tratta per l’individuo di attingere alle fonti di vita eroiche ed estetiche, di ricevere quindi l'insegnamento del combattimento naturale e di tutto ciò che implica: selezione delle aristocrazie con la lotta per la vita, nuova nozione del diritto che si stabilisce più con l'azione del forte e del migliore, infine ricerca ed applicazione della nozione estetica e della vera grandezza (9)". Il federalismo etnico di Saint-Loup porta in realtà una nuova concezione della società. Un paganesimo eroico e popolare che rimanda ad un'immagine più accettabile della persona umana.
Nonostante le apparenti contraddizioni, l'itinerario politico di Saint-Loup obbedisce ad una logica perfettamente coerente, dove la volontà di affermarsi caccia le contrazioni ideologiche. Prende forma un mondo di grande salute fisica e morale dove tutti i popoli hanno il diritto di esistere, purché radicati nelle loro proprie culture. Nel tempo, Saint-Loup ha tessuto un opera sincera attraverso la quale si è espresso uno spirito libero, che ha pagato la sua libertà con la cospirazione del silenzio di cui si circonda il suo nome.
Jérôme Moreau
Note:
1 Marc Augier, "Jeunesse d'Europe, unissez-vous!", Conversazione del 17 maggio 1941 sotto gli auspici del Groupe Collaboration à la Maison de la Chimie - Paris.
2 Marc Augier, A la recherche des forces françaises, in
La Gerbe, 4-9-1941 e 2-10-1941.
3 Marc Augier, La route de l'huile, in
La Gerbe, 6-2-1941.
4 Occorre sempre avere lo spirito per comprendere l'itinerario politico di Saint-Loup, che ha fatto le sue prime esperienze politiche nell'ambito della sinistra "Fronte Popolare". "Infatti Marc Augier fu uno dei principali animatori e ideologi del movimento Auberges de jeunesse (ostelli della gioventù, ajisme), fu redattore principale del periodico Cri des Auberges de Jeunesse (rivista del centro Laïc degli Auberges de Jeunesse), incaricato nel gabinetto di Léo Lagrange sotto governo del fronte popolare nel 1936 e vicino a Jean Giono, il suo riferimento ideale e maestro, con cui partecipò all'esperienza pacifista del Contadour. Per tutto questo periodo del dopo guerra, sono il pacifismo e volontà d’unire la gioventù europea che motivano il suo impegno. Rappresentante del CLAJ al Congresso Mondiale della gioventù che ebbe luogo negli Stati Uniti nel 1937, si rese tuttavia conto che i delegati comunisti si consegnavano ad una intensa propaganda bellicista contro la Germania e l'Italia. Da quella data manifesta i suoi primi sentimenti anticomunisti. Varie volte, dopo il 1941, Marc Augier considererà del resto la crociata europea contro il bolscevismo come il logico prolungamento della sua azione passata nell'ambito del movimento Ajiste.
5 Marc Augier, La fidélité des Nibelungen, in Le Combattant Européen, 30-9-1943.
6 Marc Augier, Ce siècle avait deux ans, in Le Combattant Européen, 15-6-1943.
7 Saint-Loup, Une Europe des patries charnelles?, in Défense de l'Occident, n°136, marzo 1976.
8 Saint-Loup, Peau de l'aurochs, Paris, Editions de l'Homme libre, 2000.
9 Marc Augier, Les Skieurs de la nuit, Paris, Stock, 1944, pp. 16-17.
In edizione italiana sono usciti presso l’editore Volpe e Sentinella d’Italia (via Buonarroti 4 – 34074 Monfalcone) le seguenti opere di Saint-Loup:
Saint-Loup, I volontari europei delle Waffen SS, Volpe, 1967 (curatore
Adriano Romualdi).
Saint-Loup, Il sangue d’Israele, Sentinella d'Italia, 1975.
Saint-Loup, I velieri fantasma di Hitler, Sentinella d'Italia, 1978.
Saint-Loup, I volontari. Storia della LVF contro il bolscevismo, Sentinella d'Italia, 1983.
Saint-Loup, Gli eretici. Storia della Divisione SS “Charlemagne”, Sentinella d'Italia, 1985.
Saint-Loup, I nostalgici, Sentinella d'Italia, 1991

 

Jean Thiriart L’EUROPA FINO A VLADIVOSTOK

Storia e geopolitica

La storia ha conosciuto le città-stato: Tebe, Sparta, Atene, poi Venezia, Firenze, Milano, Genova. Oggi essa conosce gli stati territoriali: Francia, Spagna, Inghilterra, Russia. Infine scopre gli stati continentali, come gli Stati Uniti d'America, l'attuale Cina e l'URSS di ieri. (1) Oggi l'Europa attraversa una fase di trasformazioni. Essa deve passare dallo stadio più o meno stabile degli stati territoriali allo stadio dello stato continentale. Per la maggioranza delle persone questa transizione è ostacolata dall'inerzia mentale, per non dire dalla pigrizia di pensiero. Pur essendo grande quanto un fazzoletto, Sparta era vitale sul piano storico, in quanto era vitale prima di tutto nel suo aspetto militare. Le dimensioni di Sparta, le sue risorse erano sufficienti a contenere un esercito capace di incutere rispetto a tutti i suoi vicini. Qui ci avviciniamo al problema capitale della vitalità degli stati. La città-stato storica è stata sostituita dallo stato territoriale. L'Impero romano ha preso il posto di Atene, Sparta, Tebe. E senza sforzo (2). Oggi la vitalità storica dello stato dipende dalla sua vitalità militare, a sua volta dipendente da quella economica; il che ci conduce alla seguente alternativa. Prima ipotesi: gli stati territoriali sono costretti a divenire satelliti degli stati continentali. Francia, Italia, Spagna, Germania, Inghilterra, rappresentano solo la finzione di stati indipendenti. Da tempo, dal 1945, tutti questi paesi sono divenuti satelliti degli Stati Uniti d'America. Seconda ipotesi: questi stati territoriali sono trasformati in un unico stato continentale - l'Europa.

Il fallimento storico di uno stato continentale : l'URSS
L'incresciosa disgregazione dell'URSS è spiegata, in particolare, dall'insufficienza teorica della comprensione dello stato in Marx, Engels, Lenin, e, parzialmente, Stalin. Già nel 1984, il mio discepolo e collaboratore José Cuadrado Costa, basandosi su lavori di Ortega y Gasset e miei personali, aveva pubblicato il brillante e profetico studio dal titolo "Insufficienza e obsolescenza della teoria marxista-leninista delle nazionalità". (3) Sul terreno della comprensione dell'essenza dello stato, i Giacobini evidentemente erano più avanti dei marxisti. In questo campo Marx rimane ai tempi romantici della Rivoluzione del 1848. Già alla fine del XVIII secolo Sieyes ha scritto sul modo di rendere "omogeneo" lo stato-nazione. Lo stato-nazione è frutto della volontà politica. Altro esempio marxista di stupidità, da ricondurre al romanticismo del XIX secolo, è costituito dall'idea di estinzione dello stato. E' difficile immaginare una sciocchezza più grossa. Si tratta di un vecchio sogno anarchico.(4) Così, Lenin ha preservato l'esistenza formale delle repubbliche. Scrivo volutamente il termine al plurale. Grazie all'applicazione del principio del centralismo nel partito comunista e alla particolarità della personalità di Stalin, questa finzione, questa commedia è durata fino al 1990. L'indebolimento del partito ha condotto allo sconvolgimento dell'URSS secondo linee di frattura risalenti al periodo 1917-1922. La finzione è divenuta realtà. Nel 1917 i giacobini russi hanno creato la Repubblica dei Consigli (richiamo la vostra attenzione sul genere singolare). Lenin ha accettato questa finzione dell'Unione delle Repubbliche Sovietiche (richiamo la vostra attenzione sul genere plurale) e l'ha tollerata. Nel periodo dal 1946 al 1949, al culmine della sua potenza, anche Stalin ha sostenuto la parvenza degli Stati "Indipendenti", dalla Polonia fino alla Bulgaria. Ancora un'imprudenza teorica.

Lo stato politico in opposizione allo stato etnico
Nel dizionario francese "Le Petit Larousse" è riportato che la condizione dell'omogeneità di un'etnia è costituita dalla sua lingua e dalla sua cultura. Ai fini di questo lavoro, darò una mia personale interpretazione allargata di questa nozione, avendo affermato che lo stato etnico trova supporto per la sua unità nella razza, nella religione, nella lingua, nelle fantasie collettive, nei ricordi collettivi, nelle frustrazioni e nelle paure collettive. La concezione dello stato politico (quale sistema aperto, in espansione) è diametralmente opposta a quella dello stato etnico (quale sistema chiuso, sistema fisso). Lo stato politico rappresenta l'espressione della volontà degli uomini liberi verso un futuro collettivo. Lo stato politico, o più esattamente lo stato-nazione politico, del quale - dopo Ortega y Gasset (5) - sono considerato il moderno teorico, consente agli individui di conservare l'individualità personale (perdonate questo pleonasmo barbaro, rozzo) nel quadro della società. Neppure due mesi fa mi sono espresso in merito all'importanza delle nozioni di Imperium e Dominium. (6) Dal 1946 non ho smesso di sviluppare questa concezione di origine romana. Ad un amico in politica, che mi definiva vallone (solo questo non mi bastava!), scrissi, come al solito, che io non sono né vallone, né fiammingo, né tedesco, né belga e nemmeno europeo. Io sono io. La persona di Jean Thiriart - questo è Jean Thiriart, gli scrivevo io. Non mi piace affatto figurare insieme ad altre persone in qualche schedario, nel quale si dice di "ricordarmi". Desidero conservare in ogni occasione la mia ironia socratica. Partigiano del totalitarismo quando il discorso verte sull'Imperium, divento anarchico nella sfera del Dominium. Marx e Engels non conoscevano assolutamente questa fondamentale dicotomia Imperium / Dominium; per questo scrissero “L'ideologia tedesca” contro Max Stirner. La visione dell'Imperium in Stirner (la libera scelta federativa, il diritto alla secessione, ecc. ecc.) resterà per sempre utopica e inapplicabile. Al contrario, la sua visione della libertà interiore, della sfera del Dominium, sarà sempre interessante. Io sono bolscevico, giacobino, prussiano, staliniano, quando il discorso verte sull'Imperium e sulla sua disciplina civica, ma i miei gusti ed interessi intellettuali, riguardanti la mia esistenza particolare, la mia vita nel quadro del Dominium, vanno ad Odisseo, campione dell'imitazione dei cinici, a Diogene, che alla domanda: "Vedi tu qualche brav'uomo in Grecia?", rispose "In nessun luogo, ma vedo dei bravi fanciulli a Lacedemone...". Diogene e gli altri cinici ammiravano l'ordinamento di Sparta, come è noto, perché gli spartani erano partigiani della disciplina, dell'austerità, nemici del lusso e della fiacca. Così come Diagora, sono contro la religione. Beninteso, nella sfera privata! Certamente, sono famoso come il messaggero dell'Europa unita da Dublino fino a Vladivostok.(7). Ma questa Europa unita, che descrivo e auspico, si connette alla sfera dell'Imperium. Ed è secondo me necessario un Imperium potente, dinamico, spietato - per poter essere efficace. Quanto alla mia personalità, essa si connette alla categoria del Dominium. Per la mia personalità culturale è impossibile scegliere categoria. Essa è unica, come unico è il mio codice genetico. Biologicamente, ogni uomo rappresenta l'incarnazione di un unico codice. E' uno. Nel campo della cultura - musica, architettura, letteratura, pittura, e così via - io esigo per me lo status di irremovibile individualista. Nello stato politico non possono esservi "minoranze", giacché queste hanno a che fare soltanto con le individualità, mentre la collettività ha a che fare con l'Imperium. Questi vincoli costituiscono delle limitazioni, che ho già menzionato sopra.

Sciagure recenti: federalismo, confederalismo
Non appena nella concezione della costruzione dello stato si introduce il "tandem" di concetti "Imperium-Dominium", simultaneamente perdono ogni senso ed utilità certe soluzioni sciagurate come il federalismo o, peggio ancora, il confederalismo. Non posso trattenermi dal citare qui un autore americano, del quale ho conoscenza per un'unica sua citazione, ma molto pertinente: "Ogni gruppo di persone, quale che sia il loro numero, per quanto simili siano l'una alle altre, e quale che sia la fermezza con cui professano un'opinione comune, alle fine si spezza in piccoli gruppi che sostengono diverse varianti di quell'opinione; in questi sottogruppi emergono sotto-sottogruppi e così via, fino al limite ultimo di questa divisione - quello del singolo individuo". Queste parole sono attribuite ad Adam Ostwald, autore di un testo dal titolo "La società umana". Gli anarchici del XIX secolo e molti altri, fra cui Proudhon, perseverarono nell’errore madornale, consistente nel credere che conflitti e tensioni in seno ai GRANDI gruppi possano quasi sparire, trovando soluzione da sé nei PICCOLI gruppi. E' questa l'armonia sociale del XIX secolo, l'armonia del piccolo gruppo, in opposizione all'orrore dell'insopportabile dominazione del grande gruppo. Persino Lenin inventò una sciocchezza storica nell'ambito dell'assurda concezione del sempre-benfacente-ed-armonioso-piccolo-gruppo", che lo costrinse poi a scrivere dell’estinzione dello stato, nonché a desiderarla e preannunciarla.

L'Europa fino a Vladivostok: la dimensione minima
Lo stato-nazione che voglia essere indipendente è obbligato a dotarsi di mezzi militari adeguati. Il possesso di questi mezzi dipende dalla demografici, dalla geografia, dall'autarchia in fatto di materie prime, dalla potenza industriale dello stato. Fra l'Islanda e Vladivostok possiamo unire 800 milioni di persone (non fosse altro, per mantenere l'equilibrio con 1.200 milioni di Cinesi) e trovare nel sottosuolo della Siberia tutto il necessario per soddisfare il nostro fabbisogno energetico e strategico. Affermo che, dal punto di vista economico, la Siberia è la provincia dell'impero Europeo maggiormente necessaria alla sua sostenibilità. Una grande unione dell'Europa Occidentale altamente industrializzata e tecnologicamente all'avanguardia con l'Europa Siberiana che dispone di riserve pressoché inesauribili di materie prime, consente la creazione di un potentissimo Impero repubblicano, col quale nessuno potrà far altro che venire a patti.

Limiti imposti dall'impero Europeo
Questo stato costituisce un'unità. Non vuol saperne e non tollera divisioni né orizzontali (autonomie regionali) né verticali (classi sociali).(8) Il suo principio fondamentale costituisce un'unica cittadinanza: in qualsiasi luogo dell'impero Europeo il suo cittadino possiede diritto di scegliere, essere scelti e lavorare. Egli può in assoluta libertà cambiare luogo di residenza e di lavoro. La sua qualificazione professionale è riconosciuta nell'intero Impero: il medico che ha ottenuto il suo diploma a Madrid, può esercitare senza restrizioni a San Pietroburgo. Ogni corporativismo regionale è escluso. IL distacco di qualsiasi territorio è escluso in virtù del principio fondamentale, postulato. Nuovamente faremo uso del principio dei giacobini: "La Repubblica è unitaria e INDIVISIBILE". Non conviene ripetere l'errore leniniano del "diritto all'autodeterminazione". La “regione” o l’ex stato nazionale entrano in essa per sempre. L'unità di questo stato è irreversibilmente consolidato dalla legge costituzionale. Al contrario, questo Impero può estendersi, non mediante "conquiste" ma per annessione di coloro che vogliono unirsi ad esso. L'esercito è popolare ed integrato. Una singola casta militare non può godere di qualsiasi monopolio o privilegio con la scusa della professionalità. Questo esercito sarà completamente subordinato al potere politico. Nei primi 20-25 anni della sua esistenza, una speciale attenzione dovrà essere accordata a questo esercito, che le reclute chiamate dalle diverse regioni prestino servizio assieme. Non è necessario presupporre l'esistenza di reggimenti croati o divisioni francesi o corpi d’armata tedeschi o russi. La valuta è unica. Il possesso di valuta straniera o il suo impiego come mezzo di pagamento è punibile. Non è forse umiliante, vergognoso, che oggi sia possibile recarsi in Russia, purché provvisti di dollari americani? E’ umiliante sia per i turisti dell'Europa occidentale, sia per i Russi. È un simbolo della nostra comune caduta: gli Europei d’Occidente colonizzati nel 1945, gli Europei d’Oriente balcanizzati e colonizzati nel 1990. Sarebbe più corretto pagare l’albergo di Mosca in ECU europei, anziché in dollari stranieri. La lingua intermedia dovrebbe diventare l’inglese.(9) Non ho scritto “americano”. Qui sta la mia scelta inevitabile, pragmatica. Il concetto di legislazione uniforme è uno dei principi fondamentali di questo Impero. Diritto civile, diritto criminale, diritto del lavoro, diritto commerciale sono uniformi. Interpretazione ed applicazione della legge sono ovunque identici.

Il Dominium e i suoi limiti
Ognuno conosce il detto, secondo cui la libertà di una persona finisce là dove inizia la libertà di un’altra. In un precedente articolo (6) ho indicato, fra le sfere generali dell’Imperium, quelle in cui la Repubblica unitaria “.. non viene mai meno …”. Quanto al Dominium, esso presuppone illimitata libertà di scelta, il godimento di tutte le libertà personali che non ledono l’Imperium. Queste libertà sono garantite nell’ambito della vita privata. Nei sistemi e regimi politici invecchiati (logori, deboli) sentimenti, emozioni, paure della vita privata inevitabilmente cercano di entrare - fin troppo spesso, ahimè – nella vita politica. L’Imperium dovrebbe restare una sfera elaborata, organizzata e diretta soltanto dalla neo-corteccia. Per comprendere il comportamento di una persona è necessario studiare i meccanismi del cervello.(10) Ripeto qui la mia battuta preferita riguardo a me stesso: “Non ho un’anima, ho un cervello”. In realtà, come tutti gli individui, possiedo tre cervelli, e precisamente:
- la corteccia originaria, la più antica (la scorza vecchia del cervello) ci consente di camminare, arrampicarsi, strisciare o dare un colpo ad effetto ad un pallone da basket;
- il cervello “medio” (mesocorteccia) contiene tutta la mia “garanzia programmata” emozionale, necessaria alla sopravvivenza . Sergej Chakhotin, discepolo di Pavlov, ha da tempo descritto queste passioni e queste emozioni.
Alla sopravvivenza di un individuo contribuiscono gli impulsi alla lotta e alla nutrizione; alla conservazione della specie, l’inclinazione sessuale e parentale (associativa). E infine il più moderno dei nostri tre “programmi di garanzia“ è costituito dalla neocorteccia, questo magnifico strumento dell’uomo. Strumento insufficientemente utilizzato. La vecchia scorza del cervello conta già 200 milioni di anni. La neocorteccia si è formata solo un milione di anni fa. Questa dottrina (tesi) sui tre tipi di cervello, “l’un l’altro sovrapposti”, o sul triplice cervello, come scrive il traduttore francese Roland Guyon, fu avanzata dal fisiologo americano Paul D. Mac Lean. Venne resa popolare da Arthur Koestler.(10) Nel suo “Psicologia sociale” Otto Klinberg si sofferma a lungo sulla questione della condotta emotiva dell’individuo. Due secoli prima della comparsa dei lavori scientifici di Paul D. Mac Lean, Sieyes ha anticipato questa moderna tesi dei tre cervelli sovrapposti l’un l’altro. Bastid, nelle 328 pagine della sua dissertazione, cita il manoscritto di Sieyes sul tema “ Del cervello e dell’istinto”. Molto prima di me Sieyes si meravigliò ed irritò per le pseudo-dimostrazioni nel linguaggio dei politici. Se anch’io impongo al lettore questa digressione, è solo per mostrare che gran parte dei discorsi politici aspri, aggressivi proviene dal nostro cervello medio superemotivo. Studiare bene il discorso politico è possibile soltanto conoscendo il meccanismo di funzionamento del cervello umano. In questo caso è facile individuare le ragioni del rinchiudersi in se stessi, dell’odio verso qualcos’altro. Diventa un semplice problema clinico, spiegato dalla fisiologia del cervello. Per molti anni mi sono imbattuto in “scrittori” che descrivevano la politica come riflesso del comportamento “meso-corticale” (passioni, emozioni, impulsi, frustrazioni, timori, repulsioni), mentre io con tutte le forze tento di descrivere una Repubblica “neo-corticale”… sic! Uno dei miei critici ha detto di me che sono un “mostro freddamente razionale”. Concordo con lui, e preferisco questa condizione a quella di “mostro bacchico irragionevole”, tanto amato dai monelli post-nietzscheani. Costantemente raccomando al lettore istruito che si interessa di politica di familiarizzarsi con le opere di Paul D. Mac Lean. L’assurdità del discorso politico pseudo-razionale che pretende di essere persuasivo (l’avvocato convince, lo scienziato dimostra) risalta chiaramente dalla seguente affermazione di Marc Jeannerod: «…il carattere indiretto delle relazioni fra il soggetto e il mondo esterno. Il soggetto si crea da sé la propria rappresentazione di questo mondo e questa rappresentazione governa la sua azione. In questa prospettiva, l’azione non costituisce una risposta a una qualche SITUAZIONE esterna, ma piuttosto la conseguenza o il prodotto di quella certa RAPPRESENTAZIONE”». Ogni primitivo vaniloquio sull’”ethnos” si spiega molto semplicemente con questo concetto di (fittizia) “rappresentazione” di una realtà rifiutata (produzione di realtà). Rifiuto della realtà, necessità del sogno ad occhi aperti. Per l’individuo che abbia ricevuto una rigida formazione scientifica, la politica e il suo linguaggio rappresentano un’ovvia assurdità. Gli uomini si gettano l’un l’altro in faccia invenzioni ed immagini di inimicizia personale, e rifiutano di accettare quelle situazioni… Ma ritorneremo sui tre tipi di cervello di Mac Lean. Quando consideriamo le orbite dei satelliti, le traiettorie delle sonde cosmiche, la resistenza dell’acciaio, le correzioni ottiche introdotte nella preparazione di una foto-lente, usiamo soltanto la nostra neocorteccia. Nel corso di un litigio fra automobilisti, finita in rissa, usiamo i cosiddetti meccanismo cervelli reattivi (archi-corteccia) ed emotivi (mesocorteccia) del cervello, e ci comportiamo come i mammiferi e i rettili. Nella rissa fra automobilisti, prendono il sopravvento gli impulsi aggressivi, che gradualmente sopprimono le funzioni regolatrici della neo-corteccia. L’inclinazione sessuale, a volte insopprimibile, ci spinge a desiderare la figlia minorenne del vicino. La medesima persona funziona sempre con l’aiuto di questo doppio “programma”: il programma degli impulsi-passioni-sentimenti-emozioni, e il programma del pensiero assolutamente razionale. Questa digressione era necessaria per passare alla questione del governo del popolo. La religione si riferisce al campo del Dominium. Essa rappresenta una specie di attività privata, che in nessuno modo dovrebbe possedere la facoltà di influire sulla vita pubblica (con il conseguente rischio di vedere come gli “islamici” hanno sfidato l’autorità in Jugoslavia). E’ ridicolo supporre che la religione possa interferire con una ragionevole vita politica, nell’Imperium. Proprio per negligenza verso questo principio sono avvenute stragi disgustose e stupide in Libano, Palestina, Armenia, Jugoslavia e Moldavia. Coloro che mischiano religione e politica costituiscono gli attuali “apprendisti stregoni”. Rei di crimine sono coloro che hanno instaurato questo stato di tensione ma, dal punto di vista storico, rei anche coloro che per dilettantismo politico hanno chiuso gli occhi sul fatto che le passioni religiose possano essere usate nel contesto politico. Nell’Imperium laico dell’Unione delle repubbliche europee la libertà di confessione religiosa sarà permessa (preferirei scrivere ”ammessa“) nel quadro del Dominium e soppressa inesorabilmente al primo tentativo di interferire con l’area di competenza dell’Imperium. Razzisti spudorati e falsi hanno elaborato la tesi della etno-differenziazione (sic) e della “identità etnoculturale” (re-sic). Come risultato di ciò, sono scoppiate vere e proprie guerre in Moldavia, in Jugoslavia, nel Caucaso, guerre dirette da criminali comuni, per essere più precisi e schietti- da gangster. Sono già vent’anni che, insieme con rapine, prostituzione, gioco d’azzardo, narcotraffico, criminali e delinquenti mostrano interesse persino per la questione delle “minoranze oppresse”. Queste follie religiose ed etno-differenziali sono state abilmente manipolate dapprima da ciarlatani e poi da gangsters, queste cosiddette follie, che si servono di disperati con fucile automatico in mano, ci trascineranno tanto in basso da trasformarci nelle “mille tribù della Nuova Guinea”, cacciatori di teste. In conclusione voglio dire che il Dominium sottende una quasi incontrollata libertà di opinione (persino delle più idiote), ma che l’Imperium dell’Unione delle repubbliche laiche mai, neppure per un istante, ammetterà la libertà di fare “tutto quel che si vuole”. Dal 1945 la storia ci fornisce chiari e sanguinosi esempi di ciò che NON conviene fare. Di ciò che non va permesso che accada domani.

Quando Mosca malata chiama in aiuto i guaritori
Quel che da due anni avviene in Russia è pura pazzia. L’economia doveva essere liberalizzata passo dopo passo, dal basso (11) verso l’alto, fermandosi ad ogni stadio per 2-3 anni. Invece di ciò, a Mosca sono ammessi i peggiori avventurieri della finanza internazionale. Si apre la vendita a saldi dei risultati del lavoro di tre generazioni del popolo sovietico. Gli squali di Wall Street incominciano ad interessarsi troppo all’economia dell’ex URSS. Non si dovevano allentare i suoi bulloni politici consentendo la separazione dei suoi popoli, anche se Lenin, nella sua incultura politica (patrimonio del marxismo ascendente verso il 1848) ammise (con molta ipocrisia e molta leggerezza) il « diritto all’autodeterminazione ». La partizione politica e militare dell’URSS è e sarà un imperdonabile errore storico. Un fatto dannoso ed irreversibile. Le forze centrifughe distruggeranno in cinque anni distruggeranno quello che le forze centripete hanno creato in quattro o cinque secoli. All’inizio si dovevano riempire gli scaffali dei negozi di salumi e di pane, favorendo la creazione di un milione di imprese di piccole dimensioni (da uno a 50 lavoratori). Al tempo stesso si doveva rafforzare la repressione politica nei confronti di tutti questi “combattenti” per la separazione, l’indipendenza e l’autonomia. Altri esempi della condotta suicida dei nuovi dirigenti russi consiste nei loro “viaggi“ a Washington, anziché accordarsi per ricevere aiuti economici dall’Europa Occidentale. Dal punto di vista storico e geopolitico gli USA sono il nemico speciale dell’URSS. La strategia storica degli USA consiste nel separare l’Europa e smembrare l’URSS. Per quattro secoli l’Inghilterra ha condotto le stesse politiche contro i re spagnoli, contro la Francia e la Germania. Oggi l’Inghilterra ha ceduto il posto agli USA. Ma ancora ieri instancabilmente mirava a distruggere la principale forza continentale, capace di unire in una federazione il continente europeo: gli Absburgo spagnoli, Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.

La Russia “solitaria” è il futuro “Brasile delle nevi”
La divisione dell’URSS è irreversibile. Alla “Grande Russia” non è rimasta più alcuna chance di essere una grande potenza. Quindi la “Russia solitaria” è un paese senza futuro, al pari della Germania dopo il 1945 e della Francia dopo il 1962. Dal punto di vista storico, la Germania fu svuotata di significato nel 1945.Pur rappresentando oggi una grande potenza industriale, essa è completamente passiva, assolutamente ininfluente nell’arena politica internazionale.(12) Ecco che già da 47 anni la Germania non ha più una politica estera. In sé, questo non è un male per l’unità europea. L’isteria nazionalista ha causato grande danno all’Europa: due guerre suicide – nel 1914 e nel 1939. Se qualche sognatore ancora accarezza la speranza che la Russia divenga la “Grande Russia”, una potenza di prima categoria, che costui sappia fin d’ora che Washington ha ancora molti pugnali. Cinicamente, Washington ha già giocato la carta di Baghdad contro Teheran poi la carta di Ryadh e dei suoi complici a Damasco e al Cairo contro Baghdad. Washington possiede ancora molte spade di riserva con cui, in caso di necessità, terminare la partizione dell’URSS e in seguito occuparsi della partizione della Russia stessa. Se necessario, Washington senza il minimo dubbio giocherà contro Mosca la carta di Pechino, o la carta del mondo islamico (dal Pakistan al Marocco). Oggi Francia, Inghilterra, Germania sono soltanto la finzione storica di uno stato indipendente, soltanto la parodia di questo. E tutti questi cosiddetti “grandi” paesi non hanno più una propria politica estera. La guerra in Irak ha dimostrato che a Washington Francia e Inghilterra servono solo come fornitori di “fucilieri senegalesi”
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 NOTE
 
 
(1) Nel periodo fra il 1981 e il 1985 ho pubblicato una serie di lavori (tradotti, in parte, in lingua russa), che adombravano la possibilità teoretica di un’unione dell'Europa da Oriente a Occidente mediante la ripetizione di uno scenario storico cosiddetto "macedone"... Dall'anno 338 fino alla rivolta di Galilea, a Cheronea, Filippo il Macedone realizzò di fatto l’unione della Grecia. In quei lavori il discorso si è indirizzato al metodo militare-ideologico di unire l'Europa nella direzione da Vladivostok a Dublino. Il continente cinese fu unito già 22 secoli addietro sotto un insigne politico - Tsin Shihuanti. Dinastia Tsin (221-206). Stato unitario centralizzato, direzione burocratica; subordinazione dei feudatari. Costruzione della Grande muraglia cinese. Gli eventi successivi hanno costretto a dimenticare la paura dell'Esercito Sovietico e l’avversione abilmente alimentata nei confronti del comunismo. Nel 1992 la soluzione "macedone" appare già inadeguata a paragone con il periodo 1982-1984. Oggi dobbiamo elaborare una concezione della riacquisizione dell'intero territorio sovietico mediante la costruzione della Grande Europa, formularla e desiderare con impazienza la sua realizzazione. La concezione infantile ed antistorica della "Comunità degli Stati Indipendenti", offerta dall'ingenuo Gorbacev, non possedeva la minima chance di successo. Fu un bambino nato morto. Evidente la sua assurdità semantica: comunità di indipendenti (sic)...; con altrettanto successo si potrebbe parlare di devoti coniugi cattolici praticano il libero amore.
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2) Roma fu uno STATO POLITICO, che mirava ad espandere i suoi confini. Non lo furono, sul piano teoretico, le città di Sparta, Atene e Tebe, con la loro concezione, condannata all’immobilismo, della "città-stato immanente e secolare". Circa 2000 anni dopo, anche la Prussia diventerà uno stato politico espansionista. Ma tale espansione non necessariamente presuppone la conquista. Ecco un esempio teorico e concreto di ciò. Se negli anni 1950-55, nel vivo della guerra fredda, gli USA ci avessero offerto l'integrazione politica dell'Europa Occidentale in un'onesta e sincera struttura "Atlantica", saremmo stati testimoni della nascita della Repubblica Atlantica, estendentesi da San Francisco a Venezia e da Los Angeles a Lubecca. Cito questo esempio teorico affinché sia leggibile la differenza fra il consueto imperialismo che assoggetta e l'imperialismo integrazionista. Proprio questa chiara possibilità di espansione deve possedere anche la Repubblica Unita Europea. Tutti i miei concetti geopolitici presuppongono la necessità della sussistenza di uno stato-nazione vitale.
 Uso la geopolitica ai fini della formazione della concezione e della descrizione della vitalità della Repubblica. Io sono un teorico della geopolitica, mentre Haushofer e Spykman ne erano ideologi. Sono entrambi degli imperialisti malamente mascherati. Fra teorico e ideologo corre una differenza enorme. Haushofer razionalizzava appena il suo animalesco pangermanesimo. La sua concezione di un blocco "Berlino - Mosca - Tokyo" rappresentava non più che una copertura razionale delle sue elucubrazioni pangermaniche. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si fanno forza del "carattere manifesto del destino" (Manifest Destiny). E’ una geopolitica ideologica, messianica, nata dalle fantasie, a loro volta scaturite dall’abituale lettura di una letteratura paranoica e da scorrerie nel testo biblico. Weinberg elenca gli espressivi titoli dei capitoli di questa paranoia storica: "geographical predestination", "the mission of regeneration", "inevitable destiny", "international police power". Psicologi e psichiatri troveranno in questo alimento per riflessioni e svago. La mia concezione geopolitica è qualcosa di completamente diverso. Direi che "l’anticipazione industriale e tecnologica, propria degli Stati Uniti, deve o può creare una situazione tale da dirigere con ragione e giustizia lo Stato Continentale, esteso dall’Alaska alla Patagonia”. Invece di far “scorrazzare” provocatoriamente la propria flotta nel Mar Cinese e nel Mediterraneo. Le teorie geopolitiche ideologiche operano in termini di subordinazione e/o sfruttamento, mentre la geopolitica teorica “nel suo aspetto puro” si occupa dell’elaborazione e della costruzione di stati vitali.
 (3) José Cuadrado Costa, "Insuffisance et depassement du concept marxiste-leniniste de nationalité", Octobre 1984 in "Conscience Européenne" n.9, Charleroi, Belgique.(Il concetto di "nazionalità" in Marx, Engels, Lenin, Stalin, Ortega y Gasset e Jean Thiriart). Esiste in spagnolo, francese e russo.
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4) Questo lavoro di Daniel Guérin ("L'Anarchisme", Poche Gallimard) va letto criticamente. In esso è scritta tutta la stupidità romantica del XIX secolo. E' duro trovare qualcuno più ingenuo e sciocco di Proudhon. Ha descritto un mondo idilliaco, il mondo della "federazione delle federazioni". Non ha previsto le guerre di Moldavia, Croazia e Armenia con lo scopo della brutale distruzione della “Minoranza delle Minoranze”. E con una sola raffica di mitra !
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5) José Ortega y Gasset, "La Révolte des Masses", Editions Stock 1961. José Ortega y Gasset, "La vocation de la Jeune Europe", Revue de la SS Universitaire "LA JEUNE EUROPE", Berlino 1942, Quaderno 8.
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6) Jean Thiriart "EUROPE: l'Etat-Nation Politique", nella rivista "Nationalisme et Republique" n.8, giugno 1992, 25, Cours Foch 13640, La Roque d'Antheron (France).
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7) Da oltre un quarto di secolo vado sviluppando la concezione dell'Europa come: (a) stato unitario; (b) delle nazioni europee. Il Generale de Gaulle voleva una Francia forte (e unita) in un'Europa impotente (confederata).
 Così non piacque all'Europa. Come Maurras, si trovò la strada sbarrata. Nel 1965 lo scrittore tedesco Heinz Kubi mi diede una stoccata riguardo agli (antichi) profeti della Grande Germania, ai quali io appartenevo.
 Kubi scrive: L'Europa, una nazione? Il paradosso del panorama politico dell'Europa occidentale consiste nel fatto che i medesimi intolleranti in opposizione reciproca (sulla questione europea: gollisti-confederalisti e thiriartisti-unitaristi, J.Th.) sono sostenitori della medesima concezione dello stato. Per De Gaulle è impensabile che lo stato possa o debba essere qualcosa di diverso dallo stato nazionale, dal momento che la nazione costituisce il fondamento giuridico unitario della politica. Questa rappresenta la concezione dominante in una frazione dell'opposizione europea ("Jeune Europe", J.Th.). Quest'ultima vuole uscire dal quadro della nazione, ma non è in grado di offrire alcun altro tipo di stato, se non nazionale. Così, essa vuole sostituire gli stati attuali con lo stato nazionale Europeo. Sogna di una nazione europea, e non è un caso che su questo tema converga con i profeti della “Grande Germania” e con altri fascisti del passato (cfr. p.312 dell'edizione francese).
 Vedi "PROVOKATION EUROPA”", Kiepenheuer und Witsch, Koeln-Berlin, 1965; tr. francese “Défi à l’Europe”, Seuil 1967. Ho conosciuto fin troppo bene la sconfitta della “Grande Germania” razzista, sia in guerra sia in seguito, negli anni di reclusione. Ne ho tratto utili lezioni riguardo al fatto che lo stato unitario sul piano della razza (quello di Hitler) non può espandersi senza continue guerre. Perciò, in una cella buia, ho elaborato la concezione di uno stato unitario espansionista politico (non razzista). Ho ripreso e sviluppato la concezione di Sieyes e Ortega-y-Gasset, il concetto di nazione politica da “arrotondare” fino ad un più alto destino, un destino europeo.
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8) In occasione di un incontro, il 7 settembre 1789, l’abate Sieyes ha detto e ripetuto in modo chiaro e non ambiguo: “Sovrana è soltanto la Nazione. La Nazione non ha ordini, né classi, né gruppi. La sovranità non si divide e non si trasmette”. Vedi Colette Clavreuil, “L’influence de la théorie d'Emmannuel Sieyes sur les origines de la representation en droit public”, tesi di dottorato all’Università di Parigi, 1982; Jean-Denis Bredin, “Sieyes, la clé de la Revolution française”, Ed. de Fallois, Parigi 1988; Paul Bastid, “Sieyes et sa pensée”, ried. Hachette 1970. Nessuno ha saputo formulare il concetto di stato Unitario meglio di Sieyes. Quanto a me, trasferisco questo concetto di repubblica Unitaria e indivisibile nella mia riflessione sulla creazione di una repubblica Imperiale da Dublino a Vladivostok. Come Sieyes, sono stufo di tutte queste teorie federative, fonti di minacce di guerre civili, fonti di spartizioni territoriali.
 (
9) Per colui che ha ricevuto una preparazione scientifica, tutti i nostri linguaggi sono mezzi di espressione troppo deboli, non chiari, caduchi. Il linguaggio scientifico è univoco, quello letterario è sempre ambiguo. Proprio per questo motivo i “letterati” non si esprimono mai chiaramente in sociologia o in politica. Vedi l’opera fondamentale di Louis Rougier, “La métaphysique et le language”, Denoel 1973. Di fatto in tutto il mondo l’inglese è di già, e inevitabilmente, la lingua comune in scienza e tecnologia. L’istituto Pasteur di Parigi non pubblica più nulla in francese. Tutti i suoi lavori sono pubblicati solo in inglese.
 (
10) Paul D. Mac Lean, “Les trois cerveaux de l'homme”, Robert Laffont 1990 (tr.francese).
 Arthur Koestler, “Le cheval dans la locomotive ou le paradoxe humain”, Calmann-Lévy 1968.Cfr. cap. XVI, “I tre cervelli”. Koestler si rivolge ai molti lettori istruiti. Mac Lean scrive per il lettore che già abbia familiarità con la neuropsicologia del cervello. Sergej Chakhotin, “Le viol des foules par la propagande politique”, Gallimard 1952. Chakhotin è allievo e seguace di Pavlov. La sua “Violenza alle masse” è un’opera capitale, indispensabile a coloro che vogliano approfondire la questione.
Otto Klineberg, "Psychologie Sociale", Presses Universitaires de France 1967. José M.R. Delgado "Le conditionnement du cerveau et la liberté de l'esprit" Charles Dessart, Bruxelles, 1972 (trad. francese); Jean-Didier Vincent, “Biologie des Passions”, Seuil 1986; Marc Jeannerod "Le cerveau-machine", Fayard 1986; Guy Lazorthes "Le cerveau et l'esprit - Complexité et malleabilité", Flammarion 1982.
 
(11) Jean Thiriart e René Dastier (1962-1965) "Principes d'Economie Communautaire", 170 pp. (varie ed. di Luc Michel, 1986). Lavoro complessivo sulle teorie socio-economiche di Jean Thiriart. (Il socialismo su scala europea: comunitarismo). Esiste anche un’esposizione breve di questa dottrina, pubblicata in un volumetto di 42 pp.: : Yannik Sauveur e Luc Michel "Esquisse du Communautarisme" (1987). Infine, l’articolo di Jean Thiriart “Esquisse du communautarisme” (1987) pubblicato dalla rivista “La nation européenne”, n.1, febbraio 1966.
 L’attuale regime russo sta realizzando la liberalizzazione dell’economia nella direzione più perniciosa. Comincia invocando l’aiuto degli squali della finanza internazionale, cosa da non farsi. Ed Eltsin lo ha fatto dimostrandosi un dilettante, un individuo privo di cognizioni tanto in campo economico quanto in campo storico. Sarebbe stato più corretto: (a) liberalizzare immediatamente tutte le imprese con forza lavoro da una a 50 persone; (b) in 2-3 anni liberalizzare tutte le imprese che impiegano da 50 a 500 lavoratori. Era necessario andare dal basso verso l’alto, dalla liberalizzazione immediata delle piccole imprese fino a quella delle imprese di importanza molto maggiore in 6-8 anni. La libera impresa stimola il lavoro; è impossibile dire lo stesso della speculazione finanziaria internazionale, che mira solo al guadagno immediato. Non staremo qui a descrivere l’ampio margine che corre fra capitalismo industriale (Ford, Renault, Citroen) e il capitalismo speculativo bancario (Fondo Monetario Internazionale). Centinaia di pagine di ricerca economica di Dastier e Thiriart (1962-1955) sono dedicate a questo soggetto. Semplificando notevolmente, sarebbe possibile affermare che comunitarismo significa economia completamente libera per le imprese con un volume di occupazione fino a 50 persone, economia regolata per le imprese con oltre 500 occupati, ed economia di stato per quelle con oltre 5.000 occupati. E’ un sistema “a geometria variabile”, intermedio fra capitalismo industriale e socialismo classico.
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12) La Germania contemporanea è da un lato un gigante economico, dall’altro un eunuco politico. E’ un paese stroricamente evirato dal 1945. La Germania odierna è una delle zone di sfruttamento dell’economia cosmopolita, fondata su Wall Street. List ha brillantemente dimostrato la differenza fra economia cosmopolita ed economia politica. A partire da tale differenza, Thiriart ha costruito la sua teoria dell’economia del potere contrapposta all’economia americana orientata alla raccolta del profitto. Esiste un’eccellente analisi delle idee di List, realizzata dall’americano Edward Mead Earl (vedi Edward Mead Earl, in “Makers of Modern Strategy”, Princeton University 1943). Nel 1980 la casa editrice Berger-Levrault ha pubblicato quest’opera in traduzione francese con il titolo “Les maitres de la stratégie" (Cap. 6: “Adam Smith, Alexander Hamilton, Friedrich List: les fondements economiques de la puissance militaire”). List visse a lungo negli USA. Affermò che “la ricchezza è inutile, senza la potenza della nazione”. Della qualità del suo lavoro analitico, Edward Mead Earl scrisse che era degno di figurare in un’antologia di lavori di geopolitica.